[pg!4] Nondimeno questo giovine hidalgo era visibilmente fiero di lei; gli pareva che tutto quello splendore fosse opera sua e tutto il reame di Alfonso XIII contemplasse con invidia la sua compagna forestiera.
—Give me a cigarette, please...
Ed egli, traverso il tavoliere, prontamente le porgeva un suo magnifico astuccio d'oro fiammeggiante, mentre un domestico in livrea gallonata fendeva la calca, per accenderle in mia vece quel fiammifero, esattamente, che le mancava.
Entrò nelle sale in quel punto un personaggio veramente illustre, che fece per curiosità ondeggiare la folla, mentre il suo glorioso nome volava di bocca in bocca, leggero ed intrepido come l'uomo che lo portava:—Bombita.
Era la vecchia Spagna, la Spagna superba e fortissima degli antichi tornei, che poneva l'agile piede nel Tempio dell'Azzardo e della Prostituzione;—Bombita, il più celebre torero del regno di Alfonso XIII, quegli che mandava in delirio le selvagge Arene, quegli che di notte visitava in sogno tutte le vergini di Castiglia e d'Aragona, forse l'ultimo Cavaliere dell'Ideale in questa vecchia terra cristianissima, che fece tremare il mondo... Sì, era il perfetto, l'insuperabile Riccardo Torres—Bombita nel battesimo della spada—ch'era venuto a toreare in San Sebastiano la sua penultima corrida, giunto al trentaquattresimo anno d'età con tremila tori uccisi, non so quante gloriose ferite, oltre un patrimonio di parecchi milioni, che, insieme con la fama già troppo sonora dell'adolescente Gallito, lo avevan ormai consigliato a prendere la sua giubilazione.
Lo guardai. Aveva una faccia chiara e simpatica, fra [pg!5] il giocoliere, il maestro d'armi ed il fantino; certo non era facile riconoscere in questo amabile gentleman, asciutto, nervoso, forse un po' timido, il magnifico primo espada che già vidi, risfavillante nel suo costume d'oro e chermisì, ora in abito civile, mansueto, quasi modesto, con la sua mano lorda di tanto sangue che sembrava persino essersi affidata alle sottili industrie di una manicure diligente.
Bombita mi faceva l'onore di alloggiare al mio medesimo albergo, o per lo meno di pranzarvi, chè forse trascorreva le notti fra le bianche braccia di qualche «aficionada», per la quale ogni buon torero inevitabilmente comincia e finisce.
Questo albergo, dedicato al nome della Reina Maria Cristina, la vera creatrice di San Sebastiano, e perciò statuata innanzi morte, riboccava, sopra tutto nei giorni di corride, d'una folla rumorosa e varia, che all'agilissimo primo espada soleva tributare onori pressochè regali.
Se questo ventesimo secolo non troverà più tardi un nome che meglio lo definisca, non mi parrebbe irriverenza nè ingiustizia chiamarlo per ora il secolo degli istrioni.
Ho veduto nel mio dolce paese la folla in delirio acclamare il divino Enrico Caruso—altrettanto celebre per la sua gola d'oro quanto per il Giardino delle Scimmie,—innalzando fino alle bianche stelle italiche la gloria del cantore di melodrammi, come forse tanto alto non volò il nome del soggiogatore Cesare, quando in Roma imperiale fece ritorno dopo avere conquistate le Gallie.