Ho veduto—cosa indimenticabile—nell'Arena dei Giuochi Olimpici, a Londra, l'arrivo di Dorando Petri [pg!6] dal Castello di Windsor, quando, al giungere del piccolo italiano, che si vedeva rubata la vittoria perchè a cinquanta metri dal traguardo, poi a venti, poi a dieci, cadeva e risorgeva, ma piegandosi affranto ancora s'inginocchiava nella tenace polvere—(allorchè uscì dalla folla un gigantesco policeman, il quale commise l'imprudenza d'aiutarlo a risollevarsi)—ho veduto non so bene quante centinaia di migliaia d'uomini sorgere con un impeto solo, frenetici, urlando, quasichè volessero con tutta la forza de' lor muscoli far camminare per que' pochi metri il piede che non camminava più, far battere per que' pochi secondi il cuore che non batteva più,—ed ho veduto così tributare al piccolo panettiere di Carpi l'omaggio più meraviglioso di popolo del quale sia forse memoria nell'epoca, mentr'egli, del tutto allucinato, folle, portato innanzi dal respiro della moltitudine, si buttava barcollando sul filo della meta e stramazzava esausto nel lucente stadio, dopo aver rinnovato su la strada reale di Windsor il prodigio dell'Olimpiade, l'impresa che tramandò nei secoli la gloria del vincitore Ateniese.

Quella sera in Londra pareva scoppiata la Rivoluzione. Per una settimana ancora il nome di questo atleta, che aveva bensì percorso quarantadue chilometri di strada in condizioni eroiche, ma era tuttavia un omúncolo in cui l'ala non giungeva più su del malleolo, impalvesò tutta Londra, fu cantato da' suoi sette milioni di vivi, l'immagine sua portata per i quadrivi a suon di fanfare, stampata, messa in quadro, cinematografata, fatta piovere su Londra come un ciclone di cavallette, disseminata con trofei di bandiere sino ai più remoti angoli della terra.

Non altrimenti avrebbe ora la Spagna onorato il [pg!7] giubileo del taurómaco Bombita: nella storia del secolo ventesimo questa era, fra mille, un'altra gloria che passava.

Ma la bella ed insensibile forestiera non sollevò nemmeno gli occhi per guardare il leggendario massacratore di fiere da combattimento, così curva era ed intenta sul piccolo cartone a quadretti geometrici, ove, con un lungo spillo, andava annotando le figure del mazzo di «trente et quarante».

Invece, fra un colpo e l'altro, mi rivolgeva distrattamente la parola, forse persuasa nell'intimo del cuor suo ch'io fossi l'autentico propiziatore della sua tenace fortuna. E mi raccontava storie di giuoco avvenute nel Casino di Biarritz, e mi domandava ogni tratto se non ci fosse mezzo di far aprire un'altra finestra, per ricevere qualche soffio d'aria dal tropicale giardino, che muoveva i suoi dolci carrubi, le sue fragranti zágare gonfie di umidità notturna, sotto le brezze dell'addormentato mare.

Ma le finestre infatti erano aperte, e si vedeva, tra gli archi del loggiato, una specie di tendone azzurro, intessuto di stelle, scendere sovra una collina buia.

Poichè dunque non era possibile aprire un'altra finestra ella risolse d'interrompere il gioco, e poich'era già trascorsa di tre quarti la mezzanotte, voleva riposarsi un momento sul terrazzo, poi scendere al pian di sotto per la cena. Chiamò allora il suo giovine amico e gli commise l'incarico di convertirle in carta francese quel ragguardevole mucchio di gettoni e di banconote spagnole, che formavano il carico del suo pesante bottino.

L'altero hidalgo raccolse con noncuranza in un apposito paniere quella ricchezza disordinata, gettò al mazziere una mancia di mille pesetas, poi, tra l'ammirazione [pg!8] della folla, s'incamminò verso lo sportello del cambio, dietro il quale attendeva, con ironica e premurosa urbanità, un ben rasato cassiere.

Quand'egli fu di ritorno, la bella forestiera mi pose familiarmente una mano sul braccio e disse al giovine hidalgo:

—Vi prego, Lord Pepe: volete usarmi la cortesia di presentare voi e me a questo giovine signore, che mi ha portata una così grande fortuna?