—Qui...
Poi disse ancora, colla sua bella bocca umida, un «No...» prolungato e opaco, il quale inoltre mancava d'ogni ragione palese.
Aveva il sapore d'un frutto maturo e caldo, un sapore di mela tolta via dal sole. Rovesciata su la coltre, quasi felice di sentirsi, dopo trentasette giorni, supina, mi carezzava i capelli con le sue mani profumate, con le sue dita pesanti e calme.
Portava un paio di scarpine molto leggere; nel muovere i piedi, una cadde. Le sue ciglia troppo nere, curvate, illuminate, ingrandivano le palpebre quasi violette; [pg!79] un riso fermo le scopriva la dentatura scintillante; le narici calde si aprivano, quasi palpitassero ansiose di respirare la voluttà. Nella sua gola senza ombra, nello splendore del suo largo seno, brillava su la medaglia d'uno scapolare da educanda La Virgen del Rosario, quella buona e timida Vergine che il soave Murillo dipinse.
—Ti sciupo l'abito, Socorrito?
—Non importa...
Si profumava la pelle con una cipria di gelsomino; quell'odore mi stordiva; era troppo intenso, impregnava di sè la coltre, i guanciali, tutta la stanza; dalla sua pelle troppo nuda penetrava in me.
Allora chiuse le palpebre; il suo naso leggermente aquilino si affilò come una lama, e stordita mi disse con un gentile pudore:
—Spegni il lume...
La via dell'amore, dicono, è buia.