—Oh, voilà Madame!—fece con tranquilla impazienza.—Je suis là depuis 10 h. du soir, ainsi que Madame m'avait dit.

—Vous avez bien raison de vous plaindre, mon pauvre ami!—disse Litzine, con un tono commosso.—Voyez-vous, c'est la vie!... Allez à présent garer votre voiture et vous coucher de suite, car je reste.

—Ah... très bien, Madame! Bonne nuit, Mesdames et Messieurs!—rispose il meccanico, senza ombra di malumore.

Ciò mi fece pensare che vi son uomini fatti come il tassametro, come l'ascensore, come i becchi dell'acqua potabile, come i cavalli di piazza,—uomini che vanno e stanno, salgono e scendono, aspettano e camminano, senza perdere mai la pazienza.

Non sono forse i più infelici. Hanno capito che il tempo ha una ragione d'essere, ha un pregio, solo in quanto serve a far guadagnare il prezzo che costa la vita. Perciò, guadagnarlo stando fermi, è certo il miglior sistema.

Una camera fu trovata per Litzine, non lontana da quella di Madlen; ma difficile fu commuovere il custode notturno spiegandogli che Litzine non aveva pranzato, perciò moriva di fame; anzi avevamo fame in parecchi e si desiderava cenare. Dopo avere sollevate mille difficoltà, il custode rispose infine che sarebbe andato a frugare nella dispensa.

—Porterete in camera mia tutto quello che troverete,—gli disse Madlen, mentre l'avvocato di Nimes protestava d'aver sonno e di volersene andare a letto, [pg!126] non senza, beninteso, la compagnia della celebre cantante, M.me de Lonard. Però venne anch'egli nella camera di Madlen; anzi tutti vennero, fuorchè la giovine cameriera.

Questo avvocato si chiamava Claude; era spiritoso cattivo e maldicente come un perfetto avvocato meridionale. Quello che fece per prima cosa fu di sedersi familiarmente sul bellissimo copripiedi che occupava quasi per intero la coltre di Madlen. Là si mise a contare con iracondia i biglietti ch'erano rimasti nel suo portafogli. Litzine si era sdraiata sul divano e canticchiando fumava; M.me de Lonard aveva chiesto il permesso d'entrare un momento nella stanza da bagno, della quale serrò l'uscio. La contessa Fellner, toltasi il cappello davanti allo specchio, si dava un po' di cipria sul mento e si ricomponeva con civetteria la capigliatura tinta.

—Dio mio!...—sospirava—cosa direbbe ora il mio amico di Parigi se mi vedesse in uno stato simile?

—Poichè vi ama, egli direbbe innanzi tutto: «Quanto hai perduto stasera, carina mia?»—rispose, chiudendo il portafogli, l'avvocato di Nimes.