[7]. È merito del Niebuhr (Vorträge über röm. Alterthümer 1858, pag. 168 e segg.) aver pensato per il primo che l'«ambitus» fosse prescritto per non funestare, quando c'era un morto, la casa del vicino.
[8]. Pais loc. cit. pag. 217.
[9]. Ritengo non accettabile la teoria che ha tentato di mettere il mito dell'uccisione di Remo in relazione con l'obbligo della difesa della città contro il nemico a cui il passaggio non deve esser possibile che vinto e sotto le forche caudine, e ciò perchè le forche consistendo in una lancia posta trasversalmente su altre due infisse in terra viene a riprodurre simbolicamente la rappresentazione di una porta e si lega dunque a questa.
Si può osservare in contrario anzitutto che il culto delle mura, come ho detto, è posteriore a quello della fossa e del vallo; poi che numerose leggende lumeggiano la difesa della città; e, infine, l'esistenza di anteriori gruppi vicinali fuori del vallo stesso.
[10]. Tramandataci da Gellio XIII, 14.
[11]. Ciò è tanto vero che nel caso in cui manchino magistrature patrizie, l'«jus auspiciorum» ritorna ai «patres». Cfr. Willems P. Le droit public romain. Louvain 1883 pag. 240 e pag. 293.
Del resto insieme con i discendenti degli antichi «patres» entravano a far parte dei patrizi anche talune delle principali famiglie nemiche vinte, alle quali si concedevano subito la piena cittadinanza ed il diritto agli onori. Il Pais (ibid. I. 2. pag. 293) dimostra che tale procedimento si seguì con i Nomentani, con gli Aricini, con i Lanuvini, con i Pedani etc.
E questo spiega anche — a mio credere — perchè nella lunga lotta delle origini invece che schiatte, genti o tribù emergano contrapposti i due soli elementi dei patrizi e dei plebei.
[12]. Pais loc. cit. I. 1. pag. 331 e I. 2. pag. 341 nota.
[13]. Id. ibid. I. 2. pag. 207-8.