La sua testa, coperta nei capelli da un cappuccio di lana rossa, appariva come più profondamente scolpita: e quel sudore continuo dei palombari, tutti rivestiti da pesante lana, gli imperlava la pallidissima fronte, radunandosi in goccie nel cavo degli occhi e del mento.

— Pronto? — gli chiese l'ufficiale medico.

— Pronto — rispose con voce ferma.

— Zanetti, ti senti bene? — interrogò il compagno appoggiandogli quasi le labbra all'orecchio con mossa fraterna. Era l'ultima domanda di rito: quella che si rivolge nella nostra marina ai palombari prima della loro discesa.

— Benissimo. — Ed accennando con una mano il grosso vestito nel quale era chiuso: — Mi pare di essere ancora al «mio» bordo — aggiunse con un sorriso di commiato.

— L'elmo! — ordinò il sottufficiale ai suoi marinai.

Sospesa nell'aria, l'enorme testa metallica venne a collocarsi sul collare e divorò la testa dell'uomo con un colpo secco di mascella.

— Pompa! — Girarono i volanti dell'ordigno respiratorio ed un sibilo isocrono di aria, sprigionato dall'interno della testa del mostro, indicò che le porzioni di respiro assegnategli dagli stantuffi erano giuste.

— Vetro!

Vetro sul davanti dell'elmo. Una rapida avvitatura: la chiusura ermetica della vita. E il mostro subitamente rigonfiato e sibilante non ebbe più altro di umano che uno sguardo reso opaco dalle opalescenze del cristallo, uno sguardo che cercò ancora una volta gli occhi fraterni di colui che restava in alto, visione ultima del suo Paese.