— C'ero pure io: a 2200 — sorride il «puer italicus» blandamente.

— E pure io: a 1500 — aggiunge l'uomo-cucciolo, con uno scatto che gli dev'essere abituale, come se parlando rispondesse sempre ad un'ingiuria.

— Era venuto dalla Francia, Digdish, e se ne vantava coi suoi colleghi d'hangar, ai quali accordava pochissima confidenza; appena un'annusatina mattinale ed alla svelta, quando tutti gli aviatori venivano alla visita degli apparecchi, accompagnati dai loro cani. L'odore della benzina e dell'olio giovava alla sua salute; e siccome la prima distrugge l'altro, così strofinandosi di qua, di là, tra bidoni e botti, riusciva press'a poco ad avere un colore uniforme, il quale era giallo. Se Voujois lo cercava, sapeva dove trovarlo: o accovacciato sul sedile d'un «boat» o accucciato su un'ala, o in alto a leccare un motore o a far l'equilibrista su un «gauchissement». Abbaiava di gioia soltanto quando udiva il rombo di prova d'un motore rotativo che era il tipo al quale apparteneva quello dell'apparecchio del suo padrone: gli altri lo lasciavano indifferente. La sua vita era l'hangar e si nutriva di qualche grosso topo che vi acchiappava e che sapendo d'olio di motore gli sembrava ben cucinato ed eccellente. Quando il padrone lo portava in volo, il suo posto era tra la mitragliera e la leva di distacco delle bombe; e fissava anche lui ora l'altimetro, ora in giù il gran baratro azzurrognolo dove sotto la corsa delle nubi roteava la terra, lasciandosi drizzar le orecchie dal turbine dell'aria freneticamente aperta. Allora se per troppo lungo volo aveva fame, rosicchiava il cuoio del sedile o leccava la pompetta ed era beato... Un giorno in un volo tempestoso, con l'apparecchio reso convulso dal vento, quando tutto, cervelli, mani, muscoli, fili d'acciaio, olio, benzina, legno lottavano insieme per la vita e per la morte, Digdish che ingombrava troppo nel «boat» e poteva ostacolare qualche manovra, fu sospeso dall'osservatore pel collo e tenuto lungamente fuori a tremila metri dalla terra. E il suo corpicino sibilò al vento negli spazi, povera cosa...

— Bene!

— Che?

— Niente... — Le gote del monello si sono accese e i suoi occhi scintillano. — Niente, gli ripeto, perchè dopo l'interruzione ammirativa per la sua frase e che non ha compreso, cessi di guardarmi stupito e si decida a riprendere la narrazione.

— ... povera cosa pronta alla grande caduta verso l'impassibile attrattrice della sua vita, di tutte le nostre vite... Quando l'apparecchio, finalmente salvo, amarrò, Digdish ritornato sulle sue gambe si diede una grande scossa per ravviare il pelo, si leccò due lagrimotti umani che il vento violentissimo gli aveva tirati fuori dagli occhi, scodinzolò e fu tutto...

— Perchè ha detto «lagrimotti umani»?

— Non so — dice il monello soprapensiero. — Perchè a me, che lo vidi saltar giù, fece l'effetto che lassù, sospeso nel vuoto, avesse pianto come un uomo...

— E lei ne ha conservata l'immagine...