Una stretta di spalle e una pausa.

— Forse... Ma mi lasci finire la storia, se no questi due qui — dice indicando i colleghi — mentre io parlo, mi si mangiano tutto... Dunque, quando Voujois non lo portava in volo, Digdish si gettava in acqua nuotando dietro l'apparecchio, finchè questo non «decollava»; allora veniva a terra e continuava a correre come un cane impazzito, saltando ogni ostacolo e guardando sempre in su dove già alto, già punto nero nel cielo, il suo padrone svaniva dentro le nuvole. Venne la volta che la sua corsa durò fino a sera e dal cielo non scese più nulla che avesse motore rotativo. Digdish ritornò all'hangar, solo, col muso basso, come covasse in sè una troppa cupa angoscia e non volesse mai più guardare in alto. Per giorni errò guaendo da un apparecchio all'altro, annusando «redan», interrogando ali, motori, timoni, scattando via per improvvise corse fuori dell'hangar e ritornando dentro a lento passo. Dimagrì, fece gli occhi rossi e...

— ... morì? Sa, abbrevio io per la sua colazione...

— Sì, morì; ma da aviatore: di bomba.

— Eh?

— Sì, di bomba. Una ne scoppiò per inavvertenza dentro l'hangar. Morirono degli uomini e morì anche lui insieme a loro... C'ero anch'io e me la cavai...

Non potrebbe farmi portare un altro poco di «roast-beef»?

* * *

— Sigarette?

— Grazie, no.