— Dall'apparecchio — brontola.
— Quel giorno, neanche uno sei riuscito a mettergliene sulla bara — insinua agro-dolcemente il «puer».
«Mettere su»; locuzione che gli aviatori usano per le bombe lanciate con successo su un bersaglio.
— Già: e sì che volai basso più che potevo: ma proprio nemmeno uno ce ne misi! È difficilissimo: la remora d'aria fa così — (un fischio prima e poi il gesto natatorio delle braccia) — e li allontana.
Con la coda dell'occhio seguo il ragazzo.
È pallido: le sue sopracciglia inarcate a metà si riuniscono all'origine del naso: rilegge con più concentrata attenzione, come per discutere ogni parola e inciderla nella ragione. Le due buste sono lì sul tavolo, stracciate, per aver già partorito il loro segreto e ormai inutili all'uomo.
Esse appartennero alla stessa scatola: si vede; ma furono vergate da due caratteri differenti, entrambi femminili; e l'una, nell'ampiezza delle lettere, la regolata sicurezza del tracciato, la svelta eleganza della forma dice una gioventù compassata e altera; l'altra, scompigliata e impicciolita dalla raffica dell'esistenza che piega e rimpicciolisce tutto, dice la maturità.
Madre e figlia... forse... e per sapere subito che cosa esse scrivano venne anche fatto un telegramma. Dunque... Dunque, pessima cosa indagar nelle cose altrui e fantasticarci sopra com'è nostra, latina abitudine.
Ma intanto il ragazzo che ha finito di leggere, continua a tacere fissando a sua volta gli sprazzi di topazio sulla tovaglia, ma senza battiti d'occhi.
— Se almeno durasse la nebbia!... — mormora come conclusione d'una lunga, interna riflessione.