Il «perchè?» che gli dirigo sembra dapprima non scuotere il corso dei suoi pensieri, avviato — lo si comprende — verso un vortice doloroso della sua vita. Ma poi gli fa schiudere la bocca con quella mossa circolare delle labbra che hanno i fanciulli perplessi ad una confidenza.

— Perchè se fossi sicuro che la nebbia durasse qualche giorno e c'impedisse il volo, dovrei correre a Firenze... subito... subito — e i due «subito» vibrano e tremano... — È una cosa per me molto grave...

Gli altri due lo guardano con lo sguardo di chi sa. Io taccio: e comprendo benissimo che costituisco proprio io un imbarazzo alle loro domande.

Cane! Risorsa dell'uomo, vieni qua: lascia che mi chini ad aggiustarti la rossa collarina dove l'incisa targa d'argento proclama che sei ottimo animale.

E ottimo e ingenuo veramente sei, che non t'avvedi che l'occhio del «puer» e la piccola pupilla dell'uomo-cucciolo si avvampano di amichevole ansia per il loro amico che stringe nel pugno le due buste ora riempite, come ne volesse spremere tutto il veleno che esse gli recarono da lontano.

E non odi ora il «No?» col quale al di sopra del mio capo, il «puer» lo interroga? E la risposta, gonfia di tutte le amarezze: — No, finito: perchè sono aviatore... — sibilata da labbra sbianchite e contratte, non ti dice nulla?

Tu non le capisci, ottimo cane, queste cose: e allora lasciami rialzare il capo, come non avessi ascoltato niente: vattene; abbandona noi uomini al nostro destino di bestie, dette, ma dette da noi, ragionevoli. Se sapessi quanto questa parola ci pesa!

Ora gli sprazzi di topazio irradiati dal Capri sulla tovaglia s'accendono e fervono. È una raggiera mobile che si agita, s'insegue, lancia elementi guizzanti alla ricerca delle cose lucide, li ritira, inietta giallo e rosso qua e là, si contrae, riscintilla, fervida o smorta secondo il capriccio d'un raggio che un Dio lontano c'invia.

Perchè fuori c'è il sole. E, avanti a lui, l'orda maledetta della nebbia s'acquatta, si disperde e fugge, bassa come le cose vili. E l'azzurro eterno trionfa, nel cielo e nel mare. Niente è più oscuro nel Creato: salvo che nel cuore di questo ragazzo che dalla finestra, ora spalancata, fissa il cielo terso e sembra inghiottir sorsi di pena.

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