E nun li sci riviste più? (Non li hai rivisti più?) — gli chiede un vecchio che per l'enorme cranio lucido, tramato di venette azzurre ricorda il San Simone del Guercino nella Cena in Emaus.

Io guardo questo vecchio, l'unico che interloquisca nel terrifico racconto, ed una cosa mi sorprende subito: l'aria di perfetta indifferenza che egli e tutti gli altri dimostrano per i fatti uditi. Non un accenno di meraviglia, non una sorpresa. È come se ascoltassero la lettura di un Vangelo irrefutabile, da troppe generazioni accettato, per essere discusso.

È il Verbo; è la Verità. Solo la mia stupefazione è illogica dunque: e certo l'uomo che ha rivolta quella domanda non ha ubbidito a nessun movente preciso; egli s'è soltanto annoiato di rimaner sempre zitto: ecco tutto.

Ed è illogico anche che io mi sorprenda della risata clamorosa, fragorosa che gli risponde, mentre un tuono lunghissimo che rialza la voce più volte prima di spegnersi brontolando, fa fremere noi, pareti e cristalli.

Perchè ride così Isè la Botta? È forse il vino che gli sconvolge il cervello, gli spalanca l'antro della bocca e ne fa sgorgare un rivoletto di saliva bavosa? Perchè s'alza in piedi aggrappandosi ai bracciuoli della poltrona?

— No, che non li ho rivisti più — urla tra una risata e l'altra, cercando soverchiare col proprio urlo il fragore del tuono — perchè io, Isè la Botta, so ancora le parole del diavolo. Io me ne rido! tanto che quest'anno i denari pronti per il pellegrinaggio a Loreto me li son bevuti!... Ho ottantasette anni! Chi mi ha voluto male è crepato! E voglio arrivare a cento... A cento...!

Sugli ultimi echi del tuono la sua risata sinistra risorge, cala, si fonde e svanisce.

Ma ad un tratto la pioggia cessa e le cime degli alberi rimangono immobili. Sopravviene come una notte improvvisa: poi s'ode un rumore crescente che pare lo scrosciar dei sassi spinti dalla piena; e qualche cosa che fischia, flagella, urla, s'avvicina a noi sbattendo le gelosie delle finestre e trascinando via le tegole delle case vicine. Eccola, arriva la cosa terrifica: tutta la villa ne è scossa come per l'urto d'un'onda mostruosa: e, non reggendo all'impeto, tra il fragore delle porte che si chiudono violentemente, tra i fischi d'un vento satanico, tra i gemiti degli alberi, con uno schianto netto, una delle finestre si spalanca mentre i suoi cristalli s'infrangono. E la tempesta entra liberamente in un tumulto gelido di vento e acqua.

Balziamo in piedi: tutti.

Ed ecco che ad un tratto il riso di Isè la Botta diviene convulso, si esaspera e si tramuta in urlo disperato. L'uomo è lì, appoggiato ai bracciuoli, arcuato in avanti, con la bocca spalancata e gli occhi sbarrati verso la finestra schiantata, come se una visione che noi non vediamo vi fosse apparsa per lui solo. E certo questa visione repentina ingrandisce smisuratamente, si erige da ogni lato intorno a lui e gli riempie il respiro e lo scuote e lo stringe, come se, o venuta dal mare o dalla terra o dal cielo, cercasse lui solo come mèta da schiantare a colpi di vento e di pioggia e gli urlasse intorno una maledizione suprema.