— Attento ai siluri! — C'è qualche cosa di diverso e di più. Invece del verde assassino, è l'azzurro che avviluppa e confonde. Scintillante nel giorno, opaco, scurito, inscrutabile nella notte, esso è tutto un campo uniforme di morte, e mendace sempre. Nella bianca cresta dei marosi, nelle minime screziature d'acqua che il vento incide, nei riflessi delle nuvole, negli stormi di gabbiani cullati dalle onde, dappertutto è l'inganno mortale; centinaia di lutti dipendono da un niente. E bisogna morire passivamente senza lotta, pur sapendo che il nemico è lì, invisibile, placido, quasi invulnerabile, freddamente scrutando dal suo occhio di cristallo impercettibile sul mare, ogni fase della catastrofe; uno spettacolo per lui.
Intorno, il chiuso anello dell'orizzonte vuoto. In alto, là dove fissano disperatamente lo sguardo le creature umane nelle loro angoscie supreme, il vuoto, il niente, la spietata indifferenza del Cielo.
— ... And good luck! — E buona fortuna! — mi dice l'ufficiale Inglese con un inchino di congedo.
Come al giuoco. E la posta è una nave e varie centinaia di vite, all'immenso tavolo azzurro di domani.
IX.
Dunque oggi bisogna partire. E partiremo non appena la sera s'addensi, perchè nella guerra d'oggi, la luce a noi navi è nemica.
Già fin dal mattino son ricominciati a bordo i lugubri preparativi di salvataggio, e uno strano silenzio rotto appena dallo stridìo delle manovre, s'è stabilito tra i ponti. Ancora ignara che oggi è giornata di pericolo, la nave rumina carbone, godendo quello che può essere il suo ultimo sole: e il suo respiro nero infittisce appena. Io la contemplo da quassù, da una delle immense finestre del palazzo dei Cavalieri, dove un invito di Lord «M...», il Governatore, mi ha chiamato. E per qualche istante le parole di alcuni altri pochi ospiti qui riuniti, attutite da una pesante cortina di damasco giallo, mi sono estranee. Ecco la città degradante al mare col greggie dei suoi tetti accavalcato attorno ai suoi antichi pastori: le chiese; quando i popoli ossequienti al destino, si lasciavano ancora male o bene condurre da qualcuno, piuttosto che dalla frequente tirannia di loro stessi. Una luce smorta, filtrata dall'ovatta grigia delle nuvole, non dà rilievo ai vani delle strade e delle piazze, non incide nulla. Solo le ramificazioni del porto rastrellano case nella massa e v'interpongono quel non so che d'indefinibile, composto di sfumature blande, di tonalità di colore stranamente attenuate, di brevi spazi aperti a tutte le trasparenze, fervidi di tutti i riflessi, di tutte le ombre e di cui Venezia e il mare conoscono soli il segreto.
Laggiù, più lontano, fuori della cerchia dei moli è come una bassa nebbia azzurrognola di cui l'occhio cerca invano i limiti e che dopo un immenso cerchio si tramuta a poco a poco in nuvole. — Bello! si sarebbe esclamato un giorno, figgendo lo sguardo in quello squarcio di puro infinito offerto ai voli altissimi del pensiero, senza che un solo ostacolo di miseria umana ne arrestasse lo slancio. Oggi si fissa in silenzio: è proprio quello il mare della distruzione e della morte. Lagrime e sangue vi si frammischiano, e se una brezza lo percorre, essa non è l'alito fresco del vento, ma il rantolo di mille agonie, bisbiglianti in eterno il loro ultimo strazio.
— Ah! Ah! Ah!... — Qui sotto, in una piazzetta a metà nascosta dalla base inclinata di un mastio, v'è una moltitudine che ride clamorosamente. Che cos'è? Una folla impazzita? Quasi.
È un carro che passa e che apparisce trasportato da una fiumana d'uomini, come un grosso macigno da una corrente di lava.