Ed ecco che tutte le campane delle chiese cattoliche alzano ad un tratto la loro voce metallica al cielo. Mezzogiorno. Su un sottostrato costante di bassi rintocchi un coro giovanetto di squilli argentini si sovrappone, s'eleva, s'estende. Si effonde nell'aria un fermento di suono, che oggi tra i ricordi inceneriti della mia infanzia, ritrova vigore, vita, un fascino mesto e indescrivibile. Coro anelante di povere creature appiattite sulla terra, invocazione di spiriti attenagliati dalla materia dolorosa, sale, sale, grave come l'incenso dei turiboli verso la volta dei tempio. E sembra sia questa la preghiera di tutti gli uomini, affidata al bronzo benedetto. Nei suoni cupi è l'angoscia dei padri: negli acuti, i singhiozzi delle madri e dei bimbi. Mille braccia sembrano ergersi al cielo e da tutta l'umanità pare erompere una voce di orrore, quasi di rivolta contro una divinità implacabile, troppo feroce nel castigo, troppo accanita contro esseri da lei creati e quindi irresponsabili della loro natura... ... Venga presto il tuo regno, o Signore, nel cielo e nella terra, il regno che affidasti alla purezza e alla semplicità di Pietro, o Signore...!

Invece lassù è una cortina di nuvole che s'addensa sulla città e non lascia passare nessuna invocazione...

Invece quaggiù è semplicemente mezzogiorno: e Lady M... con qualche altra signora e signorina che le fanno corte, apparisce dalle pesanti portiere di damasco — un quadro — sollevate da due domestici e viene a ricordarcelo con un sorriso.

Rapide presentazioni. Alti nomi brittannici: ed immediatamente, quel senso riposante di vecchia conoscenza, che è una delle più fine prerogative dell'educazione inglese, scuola Eton.

Siamo in un salotto dall'alto soffitto sobriamente dorato che ha tutt'intorno come leggiero sostegno una larga fascia in affresco dove ricorrono scene di guerra e fasti dei Cavalieri, con motti e divise della mia lingua.

Il damasco giallo delle pareti, sfondo a magnifici quadri di quei maestri italiani che fissarono sulla tela lembi di interni paradisi, prolunga in basso lo sfarzo maestoso dell'ambiente. Un Tiziano voluttuoso e superbo, fa fronte a un Tiepolo, potente armonizzatore di colore. Ma in basso, dai mobili seicenteschi patinati dal tempo e dal tocco indelebile di tanti morti, sorge l'argento dei minuti oggetti inglesi e lo scintillìo di moderni vasi da fiori, alti e foggiati a calice. L'«home» s'è mantenuto discretamente all'altezza dell'uomo, delle necessità della sua vita: sopra c'è il passato intangibile e inarrivabile.

— Questa è la nostra camera di rifugio — ci dice sorridendo Lady «M....». Qua ci sentiamo noi, poveri mortali del nostro secolo: di là ci sono troppi Re e troppi Cavalieri e l'esistenza è difficile. Di là, sembra svolgersi una cerimonia continua e pare che da ogni porta debba sboccare un corteo.

Sono l'unico italiano qui e certamente il solo che non conosca queste sale.

— Venga, vedrà: questa per esempio è la sala detta dei Re — dice la signora rivolgendosi a me.

Entriamo. È immensa: e v'è quell'atmosfera inesprimibile degli ambienti dove molto vissero gli uomini e che l'immaginazione ripopola subito, richiamando dall'ombra d'una falsa memoria, nomi, volti e costumi. L'oro discreto del soffitto s'attenua via via nella prospettiva fino a creare pallide stelle svanenti in un basso zodiaco. Ma lungo le pareti scintillano gli ori crudi di enormi cornici, che la luce irrompente a lame dai finestroni, accarezza nelle inquadrature e nelle corone che le sormontano. E son raccolti qui in fila principi e re che offrirono la loro immagine al Sovrano Ordine Militare di Malta, da pari a pari, al disopra della folla incolore dell'umanità.