Ho l'impressione che tutti i Re e tutte le Regine convergano su di noi, strani prodotti d'un delirante secolo, le loro pupille dipinte e che muovano tutti le labbra per scambiarsi da cornice a cornice i loro cheti commenti di figure morte.

La luce dell'ambiente pare aggravarsi dei cupi colori delle pareti e del soffitto: satura di ori e di riflessi setosi, ricerca nelle penombre degli angoli indefinibili puntini che sfavillano: luce da cappella o da reggia abbandonata.

E si parla adagio fra noi perchè troppe cose parlano qui in più alto linguaggio. A bassa voce infatti, il giovane Lord, capitano degli Horse Guards, che viene da Salonicco, ci narra le scene di morte e di sangue di laggiù: un'altra pennellata rossa, sulla carta d'Europa, un guazzo dalla tinta calda. Ma ad ogni episodio fa seguire una frase che dà i brividi: Ai Dardanelli era peggio... Ai Dardanelli era peggio... Ai Dardanelli era peggio... Un ritornello che si ripete come fragore di ondate in un mare di sangue.

— E lei che ne pensa? — mi chiede la mia bella vicina di sinistra.

— Penso che saranno proprio questi i racconti che per anni ed anni riempiranno i palazzi ed i tuguri del mondo. Raccolti dai nostri bimbi, formeranno la base della loro mentalità futura che come uno di quei fiori bacati nell'interno, sboccerà malamente schiudendo i petali cosparsi di strane macchie, ed al tatto, duri.

— Nientemeno!

— Qualunque cosa faranno in seguito questi uomini dalla triste infanzia, essi rimarranno sempre coloro che ebbero per giuocattoli aereoplani e sommergibili, bombardarono città di cartapesta e silurarono ridendo navi di latta... Invece che...

— Ha ragione! — interrompe Lady «M....» rivolgendosi per un istante a me per poi ascoltare di nuovo un lungo racconto che il vecchietto le sta narrando a bassissima voce e che par pieno di «s» sibilanti.

— ... invece che dal sorriso, la loro vita prenderà alimento dal pianto...

— Auff! — sbuffa la mia giovane vicina di sinistra ridendo. E sgranando gli occhi col candore fanciullesco della sua razza.