— Mi pare di sì.
— Ecco: sarò breve, perchè il tempo fugge. Io cerco di evitare un'altra cosa, che è precisamente l'opposto: che la vita mi richiami: che il freddo vuoto della mia esistenza, da molti mesi in contatto con la morte e pronta al crollo come una casa spogliata e deserta, torni ad esser riempita. Nulla deve ritornare: nulla deve ostacolare l'assoluto sentimento mio di completa, pronta dedizione alla Patria; io non voglio attorno a me che macerie dove è inutile soffermar lo sguardo della memoria: ho terrore dei rimpianti: pochi istanti di dolcezza si cambierebbero in pena che bisognerebbe cancellare subito per non soffrire di più. Mi comprenda, miss Edith. Io fuggo perchè...
— ... perchè?...
— ... perchè non voglio che in caso di sciagura, questa notte o domani, per atroce ironia della sorte, la mia ultima convulsa visione di vita sia qualchecosa che somigli... a lei,... che sorrida come lei ora, e mi guardi così. Abituati al buio, l'oscurità non spaventa: provi a entrare, Miss Edith, con gli occhi pieni di sole in un ambiente dove la luce non pioverà mai più... E questo non è romanzo sa?...
Il pallido volto avanti a me ha come un sussulto.
— Lei dice delle cose che arrivano nel fondo del mio animo di donna. È un'«ave Caesar, morituri te salutant» diretto alla mia povera persona, che, creda, non è Caesar in niente... No questo non è romanzo: è tragedia.
— Precisamente: ma non tragedia mia, tragedia del mondo; oggi non c'è posto per altro...
— Sicchè di questo carnevale di Malta, che ricordo serberà?
— Ahimè! cara signorina, dovrò ricordare un cencio...
— E di me?