Vorrei rispondergli con l'ambiguo «tu lo dici!» evangelico, ma trovo miglior soluzione il «colossale!» che gl'inferisco senza smuovere un muscolo del viso: e m'avvedo che la mia parola di commento, grazie al Cielo, lo persuade poco.
Ma intanto gli applausi continuano il loro scroscio. E guardiamola dall'alto questa frenesia morbosa che è un mero fenomeno d'inoculazione di virus tedesco! Sono mani italiane che si agitano, sono bocche italiane che, malate, gridano il loro entusiasmo. È un triste spettacolo patologico da studiare in tutte le sue fasi...
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Fuori, la notte stellare intagliata dai parallelepipedi scuri delle case. I rii fremono della chiusa vita delle gondole che sciamano dal Rio della Fenice in massa compatta per disperdersi nelle oscure arterie d'acqua, dove punti luminosi s'inseguono. Tonfano i remi con risonanze da pozzo, e il grido lugubre dei gondolieri si ripete qua e là come chiamate di animali notturni a cui l'immaginazione presta aspetti favolosi. L'odore della bassa marea, esagerato dall'umidore fresco della notte, sembra condensato e più acuto. — Ah! È ben Venezia questa: l'immutabile Venezia che ci fu tramandata dai padri e che noi dovremo, intatta nella sua reale essenza, cedere alla nostra volta alle generazioni future.
Ma per le calli, sui ponti, lungo le fondamenta, canti isolati persistono, accompagnati dal rumore del passo. Il loggione della Fenice rincasa e son i lamenti di Parsifal, i piagnistei di Tuturel e di Kundry che si insinuano nelle vene di Venezia: da un campiello nascosto si diffonde, stonato, il coro dell'entrata dei cavalieri del Graal. — Come olio velenoso e irresistibile, il canto teutonico si propaga profittando sinistramente del sonno della città. Ma verso la Piazzetta di S. Marco un canto, un canto italiano finalmente s'eleva. La voce è grassa, rauca, intercalata da note gutturali e da note in falsetto...
Ai nostri monti, ritorneremo...
Non fa nulla. È musica nostra: e la gondola sembra correre verso di essa come ad un richiamo, scivolando vicino alle prore aguzze delle sorelle addormentate al traghetto. Allo scialbo chiarore della Piazzetta deserta, il cantatore si rivela. È semisdraiato sui gradini della colonna del Leone. Lo vedo alzarsi, tentare di camminare, interrompere il canto, barcollare, riprenderlo...
Maledizione! È ubbriaco!
VIII.
Il caldo respiro della fine di giugno avvolge questa mattina Venezia. È un alito calmo, di una strana potenza avvivatrice: ed i colori ne acquistano come una loro speciale luminosità divenendo d'una generosità magnifica, prodigando tutte le sfumature, tutte le combinazioni, sfoggiando un'inarrivabile arte. Al disopra dei tetti, le nuvole immobili si caricano di un grigio appena rosato, con bizzarre, sottili, pazienti delineazioni d'oro. E grandi lame di luce le traversano come rigide code di comete, divergenti tutte da un centro misterioso che s'è annidato a mezz'altezza nel cielo, sopra a S. Nicoletto del Lido.