Il suo popolo?
Ha ragione: Il «suo» popolo. La folla compatta che ora ci circonda è sua: quasi tutta sua. La Germania girovaga, multiforme, occhialuta, dagli strani cappelli troppo piccoli per gli squadrati crani, dai colletti enormi, dalle faccie sciabolate alle tempie, dalle grasse femmine coi capelli tirati sull'alto del capo e radunati in misera nocca, è qui, è quasi tutta qui, come richiamata da una parola d'ordine che ha vuotate regioni. Una gioia impossibile ad esser riprodotta dalla nostra razza, ha come slacciate le espressioni di questi volti e la carne sembra dilatata, libera dai suoi legami al cranio.
— Vite, vite! — esclama la bella creatura con un'animazione troppo in contrasto col carattere che le conoscevo. — Écoutez. Il vient... Courons!
Ah no! Non corro affatto. Lascio che i suoi segni imperiosi si dileguino per sempre nella folla, mentre, non so da dove, le note gravi dell'inno tedesco s'alzano nell'aria e «och!» formidabili risuonano tutt'intorno a me.
Ho accanto un'intera famiglia: il padre col suo cappelluccio verde dal bravo piumino piantato all'indietro nel nastro, gli occhiali a spranga, gli occhietti suini nascosti da sopracciglia da caricatura, la zazzera, il collettone, la giubba alla cacciatora, i corti calzoni di velluto da cui sbucano due polpacci informi: la madre, spelacchiata, con un cappello che doveva esser l'orgoglio della vetrina di chi sa quale villaggio di Pomerania, con un naso aggiunto in fretta e composto a palla con la poca materia rimasta, dopo fabbricata una enorme faccia rossa dalle mascelle stritolatrici: stretta nel collo, nella vita, in tutte le giunture: multicolore, sbraitante, lucida; due figlie allungate, appiattite, ingiallite da qualche macchina; identicamente vestite, impalate, rese ossute da un'altra macchina...
Tutta la famiglia spalanca contemporaneamente la bocca quando la marea di un «och!», lanciato dall'altra estremità della piazza, la raggiunge. Gli occhi si rimpiccioliscono nel grido sotto la spinta degli zigomi: e i palati aperti, scuri, sembrano dover finire in una specie di borsa da pellicano, tanto attingono voce. «Och! Och! Och!».
Ah! Com'è brutta qualche volta la fede e quale cattivo odore tramanda!
I colombi s'aggirano spauriti in un volo folle che sfiora le nostre teste, come gabbiani sulle creste d'onda d'un mare agitato.
E, ad una ventina di passi da me, due siepi di fucili aprono una strada perfettamente libera che io posso in parte dominare dall'alto di un tavolino di ferro, offertomi dal cameriere d'un Caffè con un «Bitte» untuoso. Il solito cane d'ogni cerimonia s'aggira nello spazio vuoto, fissando con stupore l'umanità che urla e che non riconosce più. L'elegante figurina olandese s'è unita ad un gruppo di giovani signore che forma come un fiore dalle delicate tinte sul bruno della folla. È là: vicino ad una siepe: agitata, fervida di commozione.
Tacciono ora le musiche. Gli stendardi ondeggiano lievemente come per l'avvicinarsi di un soffio di vento, mentre l'oro dei mosaici della basilica s'abbruna perchè una nuvola densa s'è avvicinata al sole e lo nasconde.