Guarda! Un bambino! Un bel bambino biondo, con dei grandi occhi scuri irrequieti, nei quali l'infantile smania «di guardare duramente come i grandi» si confonde con una punta irrefrenabile di sorriso che persiste anche qui. Nella fila abbiamo già scelti diversi interpreti: coloro che parlano lo strano italiano di Dalmazia mordicchiato da slavo: e non son pochi...
— Chi sei?
— Boris — risponde pronto il bambino, passandosi da un'ascella all'altra una magnifica pagnotta della — e non c'è dubbio — Reale Intendenza italiana.
Boris! Nientemeno!
È pulito, ben vestito, porta un bel berrettone nuovo, e ha, pare impossibile, scarpe.
Qualche secondo di stupore: presto, perchè la fila putrida incalza...
Vorrei chiedergli molte cose: ma l'anomalia della sua presenza è troppo forte; e non so da quale condensazione di idee mi vien ispirato di renderne proprio lui responsabile.
— Perchè sei qua? — E son parole queste che traducono male il pensiero che tutti noi formuliamo internamente: — Piccolo! perchè non sei tra le braccia di tua madre?
— Perchè — risponde Boris, mentre uno zoppo a cui un'orrenda ferita sul volto ha dato una fissa espressione di ghigno, lo incalza, — perchè ero tamburino della banda del reggimento.
V'è un biondo teschio che dalla scala sospinge lo zoppo e lui. E il fanciullo si mette a correre verso prora nello spazio rimasto libero durante la sua fermata.