— ... uno non si riunisse a una banda e andasse ad accoppare i caduti, per vestirsi di nuovo. Ma vede, signor comandante, questo derivava da una legge matematica...
— Cioè?
— Le scarpe. Sì. Nessuno aveva più scarpe dopo pochi giorni di marcia. Ora per camminare ancora, occorreva fasciarsi i piedi. Dove prendere il panno se non nella massa stessa? Dapprima si spogliavano i morti... ma non sempre si poteva aspettare... Allora o si «affrettava» la morte, o appena uno cadeva gli altri gli si precipitavano sopra... Ecco perchè noi che siamo arrivati, avevamo tutti i piedi fasciati... Comprende? E poi questi stracci dovettero esser rinnovati molte volte... Lei comprende bene?
E questa insistenza nel domandarmi se io comprenda, dev'essere giustificata dall'espressione mia che deve in questo momento far dubitare della mia ragione.
— Il terribile erano i crepacci nella neve. Non bisognava mai essere i primi a passare. Tenendosi in coda, invece, si passava benissimo.
— E come?
— Sì, sui caduti... Sa, a scendere riuscivano tutti, ma quando si trattava di risalire su pareti ripide di fango ghiacciato, facevano troppi sforzi e ricadevano giù: naturalmente per sempre. Bisognava avere un poco di pazienza ed aspettare, ma poi si passava... Fu un colonnello a darmi questo consiglio e me ne trovai bene. Mi vidi un giorno camminare accanto questo colonnello quasi nudo e stentai molto a riconoscerlo dal berretto: aveva calzoni ridotti come questi miei e una bisaccia da soldato a tracolla, piena di erbe e corteccie: nient'altro. Sa, lui non poteva servirsi del bastone come gli altri, e allora io gli «procurai» un cappotto. Così mi diede il consiglio di cui le parlai e non ho avuto a pentirmene... Ma, scusi, il signor comandante mi segue?
— Seguo.
— Dunque con buoni muscoli, un robusto bastone e un po' di furberia uno poteva ancora cavarsela. Per esempio, non v'era pericolo di perdere di vista la colonna in marcia: bastava guardare a mezzo cielo...
— Ma questo sciagurato vaneggia! — io penso guardandolo fisso.