— Venticinque... ventisei... ventisette... ventotto ventinove...
... ed anche il ricordo di tutto che fu vita ora si dilegua. Finite le passioni! Noi siamo in un punto del creato dove nessuno passò mai e scendiamo sempre più giù verso l'epidermide della terra, vergine dalla creazione dei mondi, mentre infinite porte d'acqua si chiudono su di noi.
— ... Trenta... trentuno... trentadue...
Trentadue metri: è già l'altezza di una collina: avremo «dentro» di noi la forza di risalirla? Chi sa? Chi sa quali viventi organismi del mare fuggono terrificati al nostro calare tra loro; chi sa su quali rami di mostruosa flora noi ora strisciamo! Quali braccia verdi e quali tentacoli bianchi ci palpano?
— Trentatrè... trentaquattro...
Che siamo più noi? Uomini o cose? Cose: avviluppate tutte da una grande pace e distaccate per sempre da ogni cura d'esistere.
Uomini no; chè siamo ritornati materia prima, con l'anima ridivenuta embrione: per una progressione a rovescio, crisalidi d'uomo... Scendiamo più giù e ritroveremo in noi i nostri rispettivi germi: più giù ancora, e certo svaniremo nella matrice del mondo...
— Trentacinque... trentasei... trentasei...
— Trentasei — ripete il graduato con un punto fermo nella voce.
Non la minima scossa, non il minimo rumore, eppure io posso leggere in tutti gli occhi che non scendiamo più, che il grosso bozzolo nel quale siam vivi s'è coricato sul fondo. La lancetta del manometro s'è fissata e ci dice che l'acqua intorno a noi ci rinserra nella sua stretta con una pressione più forte che tre atmosfere e mezza.