Strangolato dalla tosse, l'uomo che ha interrotto si riaccascia. Ridono tutti. Un leggero freddo mi prende. E l'altro continua...
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Passano nello Scïò uomini, donne, bambini. Gridano disperatamente e la loro voce unita forma l'urlo della raffica. Sono vestiti di bianco e s'avvinghiano talmente tra loro da comporre un'unica colonna che dalla superficie dell'acqua s'alza, s'alza, s'allarga e si perde nel cielo, nel grigio delle nuvole. E tutta la colonna turbina su sè stessa come fosse un asse, ma un asse molle che possa inflettersi, oscillare, raddrizzarsi, fremere, spostarsi parallelamente a sè stesso con velocità prodigiosa.
E nulla le resiste. Ciò che una suprema giustizia decreta, è compìto dallo Scïò con precisione matematica. A Porto Recanati vuota dei loro equipaggi due paranze nuove e ne uccide gli uomini, ma restituisce intatte le due navicelle al loro proprietario, arenandogliele su soffice letto di sabbia. A Porto San Giorgio inghiotte il solo «patrò» di un'altra paranza, sradicandolo dalla sartia alla quale s'era abbarbicato; ma non torce un capello a nessun altro. A San Benedetto del Tronto succhia un giovane da una barca e lo trascina in aria con sè. Mille braccia morte lo sospendono, lo stringono, lo strozzano...; e vien ritrovato malmenato cadavere sul declivio del monte di Presiccie tra Grottammare e San Benedetto.
Ed una barca segnata a nero dallo Scïò è rinvenuta carica di sassi alle foci dell'Albula, mentre tutto il suo equipaggio si salva. E di un paio di paranze intente alla pesca, una sola ne prende che per «patrò» aveva tal Tommaso Spazzafumo, uomo perverso, annegato senza traccia insieme a tre suoi figli...
È dunque inesorabile lo Scïò, ma non eccede e non isbaglia. Questo mai.
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Chi si sente colpevole, chi ha nella coscienza i carboni accesi del rimorso, può sperar grazia dallo Scïò raccomandandosi a Dio, promettendo pentimenti, risarcimenti, futura vita d'espiazione?
No; non può sperar nulla da Dio. Lo Scïò è già giustizia lanciata, è già irrevocabile volontà di Dio; non può più fermarsi; deve giungere come fiume alla foce, deve cadere come per legge di gravità devono cadere i pesi. Non c'è che un'unica via di scampo, ma richiede circostanze eccezionali e coinvolge la dannazione. Chi l'usa è irrimediabilmente preda del demonio. Il suo corpo vive ancora sulle paranze, getta le reti, serra o borda le vele, gira gli argani, ala le cime, parla, si nutre, avvista le terre e i fari lontani, ma la sua anima brucia nelle fiamme eterne e si contorce tra tutti gli spasimi promessi dalle varie religioni, tutte ugualmente prodighe in questo.
Ed ecco ora che cosa necessiti per fermare uno Scïò. Bisogna che a bordo vi sia un marinaio «primo nato» in famiglia e che questi possegga un lungo affilatissimo coltello da beccaio. Egli deve conoscere le misteriose parole che «offendono Iddio» e che, dettate dal demonio al primo marinaio che navigò l'Adriatico, attraverso una sottile fila d'uomini depositari del segreto, di generazione in generazione pervennero a lui. Egli è dunque elemento prezioso e rarissimo e generalmente non rivela sè stesso che al momento stringente del bisogno. Allora il denaro compenserà la salvezza della paranza e l'intercessione della Madonna di Loreto, scongiurata nei pellegrinaggi di settembre, ridarà forse pace all'anima compromessa.