Al sopraggiungere dello Scïò, l'iniziato resterà solo in coperta, fronte alla colonna d'anime turbinanti e coltello denudato alla mano. Poscia, gridando le parole magiche che sa e frammischiandole a bestemmie oscene, taglierà più volte «nella» meteora muovendo orizzontalmente il braccio avanti a sè e tenendo il corpo chino. Basta. Come fossero state tolte ad un pilastro le pietre di base, l'orribile turbine crollerà, si dissolverà, sparpaglierà per il cielo le anime a gruppi spauriti che chiederan rifugio alle nuvole. Un trionfo, dunque: nel quale però arderà in un sol tratto tutta la fede cristiana del tagliatore, lasciando cenere.

E non si può nemmeno presagire con certezza che cosa possa derivare da un simile atto sacrilego.

— No: non si può... — dice Isè «la botta» mentre il fragore d'un fulmine copre la sua debole voce. — Beatissima Vergine della Santa Casa, proteggetemi voi! — aggiunge tremando, ed accompagnando la sua invocazione col gesto cattolico dello scongiuro, accennato dal pollice destro trascorrente giù dalla fronte alle labbra. Un nuovo lampo lo illumina nella maschera livida, resa spaventevole dagli occhi vitrei e dalla bocca socchiusa.

— Da bere! — dice ansando. E dell'altro vino tracannato in fretta, passa a larghi sorsi visibili nella sua gola flaccida.

Ciò sembra rasserenarlo.

— Via! — mormora tentando un abbozzo di sorriso e accennando un gesto inteso a scacciare il proprio terrore. — Maledetta la vecchiaia e viva il vino!

— Perchè hai detto che non si può prevedere che cosa avvenga dopo tagliato uno Scïò? — gli chiede il mio amico, senza dargli requie.

— Ah! Ah! — ghigna il vecchio esaltandosi improvvisamente. — Tu hai detto che Isè la Botta ha paura? Ragazzo, ragazzo bello, sta a sentire se ha paura.

... Io ero tagliatore di Scïò... Già: proprio! — dice, squadrando i vecchi ad uno ad uno come a sedar la paurosa meraviglia che si disegna in ogni sguardo. — Io ero tagliatore di Scïò: e alla burrasca del due di novembre...

— Come? — interrompo — è una data fissa?