— Nemico, nemico — dice il comandante come se qualcuno avesse veramente formulata la domanda. — Non vi può essere dubbio. So dove sono i nostri: ben lontani da qui...

— Ma qualche sbaglio di uno di loro...

— No: impossibile: nemico — egli ripete con assoluta certezza e... — ma non continua e c'indica di tacere.

Udiamo l'ingorgo d'acqua dell'altro; tre o quattro sorsi brutali, troncati dal colpo secco delle valvole di immissione. Poi il diffuso sciaquìo della discesa che è abbastanza rapida... Ed ecco i borborismi cheti della bestia che va a riposo e si predispone a dormire: chiavarde metalliche che stringono dadi, porte sbattute, passi su lamiere di ferro, tutto sembra visibile, tanto è meravigliosamente trasmesso e raccolto ogni suono creato nel ventre nemico...

Poi, a poco a poco il silenzio.

E nell'alta notte Adriatica, l'inscrutabile mare spinge le bianche greggi delle sue onde sul nostro destino.

VII.

Che cosa faremo?

Quest'uomo che mi è vicino e si mordicchia le labbra intensificando il suo pensiero con uno sforzo così acuto che tutto il suo volto si contrae, deciderà.

Dagli uomini dell'equipaggio che son venuti ad ammucchiarsi a prora ed a poppa della camera di manovra e hanno lo sguardo fisso su di lui, non si leva una parola, per supremo rispetto all'affannoso lavoro della sua mente. E nel profondo silenzio, sentiamo ancora qualche piccolo suono dell'«altro».