Ad un tratto il suo volto si spiana come per un «Amen» interno.
— Io ritengo — mi dice con voce martellata dalla volontà e abbastanza forte perchè tutti possano udire — che il sommergibile sia lontano da noi dai cinquanta ai cento metri, sulla nostra sinistra, e press'a poco alla nostra altezza. Dalla direzione del moto giudico che debba essersi coricato su una linea poco divergente dalla nostra e cioè che ci offra un fianco. Allora — e la sua voce si eleva un po' — proverò a lanciargli addosso un siluro, presentandogli la prora... So bene che il lancio ha pochissima probabilità di riuscita, sia perchè non ho l'assoluta certezza della direzione, sia perchè non è possibile regolare l'apparato idrostatico del siluro per la profondità nostra. Ma proveremo a dare all'arma il massimo periodo di immobilizzazione. Chi sa? Una probabilità c'è e ho il dovere di tentare...
— Ma comandante, — obbietta il Secondo — e se siamo più vicini?
— E allora maggior sicurezza.
— E noi?
— Noi, che cosa?
— Noi sommergibile... la concussione potrebbe...
— Daremo qualche giro indietro... — E un colpo secco della mano sul maneggio circolare del periscopio avverte che le comunicazioni son finite e che non è più tempo di parole.
— A posto per il lancio! — ordina il comandante; e mentre con una specie di balzo l'equipaggio si dilegua verso prua e verso poppa nelle cappelle ardenti, come per una funzione finita, il mio occhio cade per caso sull'orologio: è l'una; ed io penso alle folle che nello stesso momento, lassù, sgorgano dalle chiese della terra dopo l'osanna per la nascita del Redentore, celebrata in triplice messa. E chi, tra i fedeli, ha pregato per noi? Chi di loro ha avuto la visione di quello che sta per avvenire quaggiù?
— La prora? — chiede a un portavoce il comandante.