— Buon Natale! — traduce il comandante... con una inesprimibile espressione fatta di sbalordimento e di sprezzante ironia.
— Ma senti si che rrobba! Te possino «....» a te e a chi te cià mannato... — mormora un marinaio romano.
Ma il comandante gli fa un brusco cenno di tacere.
— Che ne dice? — mi chiede.
Che ne dico? Se nella lotta di due tigri, dopo un reciproco balzo a vuoto che non può esser ripetuto, l'una improvvisamente si placa e s'allontana, è inutile che l'altra continui a ruggire...
— Prendiamola dal lato ameno — gli dico. — Ricambiamo l'augurio...
E, pronto, il martello traduce in colpi semplici e doppi il nostro «Buon Natale» che si propaga nel profondo dell'Adriatico, in sillabe nostre. E pare che il mare ascolti con reverenza la lingua che dovrà essere l'unica sua, tanto è lieve la carezza dell'acqua che nella nostra ascensione ci avvolge.
Ritorna il silenzio da tomba; no: v'è ancora un piccolo rumore d'eliche lontanissime che a poco a poco si spegne... e che aizza ancora in noi un sentimento come di rimpianto... o di rimorso... o di che?
Non so: nelle cappelle ardenti gli uomini imprecano. Ossigeno: si aprano le bombole dell'ossigeno per dar loro del buon umore chimico. Molto ossigeno. Che diamine! Oggi è Natale...