III, 36. Il sogg. di «vien» è «sofferire», che si rileva da quanto precede.

III, 77. La corr. «ria» (cd. «seria») è del Wiese, Archiv cit., CXVII, 217.

IV, 12-3. «acciocché, per la mia fermezza, fossi sicuro di non render vana la mia fatica».

IV, 20. «Io non credo — ciò che sarebbe offensivo — ».

V, 36-8. Per la correz., cfr. Rossi in Gior. st. d. l. it., XLIX, 382. Sulla lezione di questi e dei sgg. vv. riportata nella Poetica del Trissino da un cd., che forse era l'archetipo del Pal. 418, cfr. Massèra, Una ballata cit., pp. 2-3 dell'estr. Quanto al significato, «sua» del v. 36 si riferisce a «core» del v. 33.

VI. Riguardo allo schema metrico, ci pare di dover sostenere ancora quanto dicemmo ne I Rimatori lucchesi cit., pp. 111-2. Le proposte del Wiese, Archiv cit., CXVII, 218, ci allontanano troppo dai cdd. e non sembrano interamente accettabili.

VI, 12. Per aver la rimalmezzo, come nei vv. corrispondenti delle altre strofe, si ha da correggere il «tanto» dei cdd. in «tutto»?

VI, 19-20. «che amore non è diverso da vera perfezione».

VI, 53. «E quel che io dico mi sembra un dir nulla». Manca la rimalmezzo: la proposta del Wiese, Archiv cit., CXVII, 218 («mando») urta contro la lettura dei mss.

VII, 1-6. «Sperando da lungo tempo di trarre a mio vantaggio la contesa impegnata con la mia donna, la quale mi dá tal coraggio ch'io credo sovrastare ogni altro uomo, conoscenza, che proviene da obbedienza, mi consiglia a ben servire».