Sig. Solness. Non posso; debbo almeno una volta sfogarmi. Perchè mi pare, che non potrei sopportare più a lungo. E poi non potrò mai perdonare a me stessa!...
Solness. (con impeto) Che dici?
Sig. Solness. Sì, poichè avevo un doppio dovere da compiere, verso di te e verso i bambini. Avrei dovuto essere più forte, non lasciarmi tanto vincere dallo spavento, nè dal dolore per la casa bruciata. (giungendo le mani) Oh! se avessi potuto, Halvard, se avessi potuto!...
Solness. (piano, commosso si avvicina) Alina, devi promettermi di non abbandonarti mai più a tali pensieri... via, te ne prego.
Sig. Solness. Oh Dio, promettere. Si può promettere quel che è possibile!...
Solness. (torcendosi le mani va su e giù per la stanza) Oh! c’è da disperarsi. Mai un raggio di sole! Mai, neppure un poco di luce in questa casa.
Sig. Solness. Ma questa non è una casa, Halvard.
Solness. Ah sì! È vero pur troppo! (mestamente) E Iddio solo lo sa, se tu non abbia pure ragione, pensando che nella nuova casa non ci sarà d’aspettarsi nulla di meglio.
Sig. Solness. Nulla di meglio! Lo stesso vuoto, lo stesso silenzio come qui.
Solness. (violento) Ma, pel cielo, perchè l’abbiamo noi fabbricata? Puoi dirmelo?