Solness. (lentamente) Quei cari angioletti... Non è facile dimenticarli.

Hilda. (con esitazione) Occupano sì tanto la sua mente anche oggi.... dopo tanti e tanti anni trascorsi?

Solness. (senza rispondere, guardandola fissamente) Un uomo fortunato, ha detto...

Hilda. Come? Se togliamo questo... non lo è forse?

Solness. (continuando a fissarla) Mentre le parlavo di quest’incendio... hem...

Hilda. Ebbene?

Solness. Non le è venuta un’idea, un’idea, che l’avrà colpita in modo speciale?

Hilda. (riflettendo invano) No. Quale per esempio?

Solness. (con voce sorda, ma marcando le parole) Io devo a quell’incendio, se ho potuto costruire delle case per gli uomini, delle case ariose, chiare, piene di luce, dove si vive bene, dove genitori e bambini passano la loro esistenza nella gioiosa certezza, che sia davvero una fortuna il vivere in questo mondo e sopratutto d’appartenersi l’un l’altro..., nelle piccole case, come nelle grandi.

Hilda. (vivamente) Ma per lei non è una vera e grande fortuna l’aver costruito tali splendide dimore?