Ellida. Sì, mi scrisse ancora tre volte: una prima lettera da S. Francisco di California, un’altra dalla China ed una terza dall’Australia. Mi diceva che doveva partire per le miniere d’oro. Da allora non so più nulla.
Wan. Quest’uomo esercita su te una strana influenza, Ellida. Bisogna che tu non pensi più a lui. Me lo prometti, mia cara Ellida? Noi cambieremo vita. Andremo in cerca di un’aria un poco più fredda. Ti piace l’aria fortificante del mare?
Ellida. Non me ne parlare, te ne supplico. Non v’è mezzo per guarirmi; neppure il mare potrebbe liberarmi da questo mio male.
Wan. Di qual male tu parli?
Ellida. Parlo di questo terrore, di questa potenza spaventevole.
Wan. Ma te ne sei liberata da un pezzo, da quando l’hai licenziato. Ormai tutto è finito.
Ellida. (alzandosi bruscamente) No! ecco, la sventura appunto è che non è vero che tutto sia finito!
Wan. Non è finito?
Ellida. E temo che questo legame non abbia a finir mai.
Wan. (a voce soffocata) Tu vuoi dire allora che hai sempre nel cuore l’immagine di quell’uomo.