Bratsb. Io debbo a lui, per la massima parte, la mia felicità domestica. Signor Stensgard, io gli debbo mia nuora: davvero, sapete. Daniele Hejre l’adottò giovanissima. Era una bimba meravigliosa. A dieci anni dava dei concerti: forse l’avrete sentita nominare: Selma Sjoblom?
Stensg. Sjoblom? Certo, certo; suo padre era uno svedese.
Bratsb. Professore di musica, sì. Molti, molti anni or sono venne a stabilirsi qua; poveretto, sapete che un maestro di musica non nuota nell’abbondanza. Allora Hejre viveva nel mondo artistico, faceva il mecenate: s’interessò alla piccola pianista, e la mandò a Berlino. Intanto il professore morì, e la ragazza dovette tornarsene a Cristiania, dove fu ricevuta nella più alta società, si capisce. Ed è così che mio figlio ebbe l’occasione di conoscerla.
Stensg. E così il signor Daniele fu l’istrumento....
Bratsb. Eh, è appunto così che si combinano le cose nella vita. Noi siamo tutti dei semplici istrumenti.... Voi stesso, non siete un istrumento di demolizione?
Stensg. Oh! Vostra Eccellenza mi confonde.
Bratsb. E perchè?
Stensg. Sì, fui assai inopportuno ieri....
Bratsb. Sì, capisco, la forma non era correttissima; ma l’intenzione era buona. Ed appunto perciò d’or innanzi, quando avrete qualche cosa sul cuore, venite a trovarmi, ditemela francamente. Persuadetevi che anch’io desidero e ci tengo assai che tutto vada per il meglio.
Stensg. Mi permettete di parlarvi francamente?