Stensg. Aspettate ancora un po’.

Aslak. Ma è impossibile, signor Stensgard. Il giornale esce domattina.

Stensg. Che, che! Noi entriamo in una nuova fase, bisogna cambiar tutto: circostanze impreviste m’obbligano a ritirare ciò che ho detto ieri riguardo al ciambellano Bratsberg.

Aslak. Riguardo a lui? ma è già composto.

Stensg. Levatelo: bisogna modificarlo. Voi mi guardate! Mi credereste incapace di dirigere degnamente la nostra Società?

Aslak. Sono lontanissimo da simile pensiero. Vorrei solamente farvi osservare....

Stensg. Non tollero nessuna osservazione.

Aslak. Signor avvocato, sapete voi che io sono sull’orlo della rovina? Quest’inverno, prima che voi arrivaste, il mio giornale andava assai meglio. Lo redigevo io stesso, guidato da un principio incrollabile: è il grande pubblico che tiene in vita i giornali; ma siccome il grande pubblico val poco, così ci vuole un giornale che valga pochissimo. Tutti i numeri erano ispirati a quest’idea.

Stensg. Male, indiscutibilmente.

Aslak. Sì, ed io ne ero soddisfattissimo. Ma siete arrivato voi, colle vostre idee innovatrici; il mio giornale ha preso un colore, e allora gli amici di Lundestad m’hanno abbandonato: e quelli che mi rimangono pagano troppo poco.