Stensg. (colpito da un’idea subitanea). Lundestad, ecco l’occasione che si presenta!

Lund. (allontanandosi). Vi raccomando, un po’ di strategia. (Cerca il suo cappello e lentamente esce).

Stensg. Ebbene, sì: farò un discorso.

Le signore. Bravo, bravo!

Stensg. Alzate i vostri bicchieri, signore e signori. Voglio farvi un discorso che incominci con una favola: l’ambiente è così grazioso e geniale, che la musa della poesia aleggia intorno a me.

Erik. (alle signore). Sentite, sentite! (Bratsberg prende il suo bicchiere e sta in piedi vicino alla tavola da giuoco. Ringdal, Fieldbo, e qualche altro, arrivano dal giardino).

Stensg. Un bel giorno di primavera un cuculo se ne venne svolazzando nella valle: sapete.... il cuculo è un uccello che porta fortuna. Nel bosco fiorito tutti gli uccelli erano in festa; e in amichevoli gruppi se ne andavano cantando gli uccelli domestici e gli uccelli selvatici. Le galline arrivavano pigolando; le oche gracidando; quand’ecco dal pollaio discende un grosso tacchino pettoruto, rumoroso, che faceva la ruota, batteva le ali, si gonfiava, e pareva dire nel suo linguaggio: «Io sono il re di Storli!...»

Bratsb. Delizioso! Sentite!

Stensg. Fra gli altri uccelli c’era pure un vecchio picchio. Appoggiato a un tronco d’albero, egli si mise a cinguettare, a gridare, a picchiare qua e là il suo lungo becco, per far uscire le formiche ed altri insetti, che dovevano servire al suo pranzo: dovunque si sentiva il suo pick, pick. Era lui.

Erik. Domando scusa.... non era forse una cicogna?...