Bratsb. Eppure, come va che io sono stato forse l’unico a non capire che quel maledetto discorso era rivolto contro di me.

Fieldbo. Ma.... forse perchè voi non vedete la vostra situazione in faccia al paese cogli stessi occhi del rimanente della popolazione.

Bratsb. Io la vedo, come il defunto mio padre la vedeva: e nessuno ha mai osato fargli una simile villania.

Fieldbo. Scusate: vostro padre è morto verso il 1830.

Bratsb. Sì, e molte cose sono cambiate da allora: del resto, la colpa di ciò che è accaduto è anche un po’ mia: mi sono mischiato un po’ troppo al popolo. Ed è perciò che mi hanno poi messo assieme al proprietario Lundestad!

Fieldbo. Permettetemi, ma questo non mi sembrerebbe poi un gran disonore!

Bratsb. Lasciamo stare. Voi sapete che io non do grande importanza ai titoli di nobiltà, ma ciò che onoro sopra tutto, e che voglio sia onorato dagli altri, è l’onestà che è ereditaria nella nostra famiglia. Quando si prende parte, come Lundestad, alla vita pubblica, ci si trova spesso coinvolti in pasticci, in affari dubbi; e allora si perde la propria indipendenza d’opinioni e di condotta. Perciò Lundestad deve talvolta rassegnarsi alle loro insolenze; ma io non c’entro affatto con loro, io non m’immischio di nulla; che mi lascino in pace!

Fieldbo. Eh, eh, non v’immischiate di nulla.... no.... però avete trovate quelle insolenze spiritosissime, fino che le credevate dirette a Monsen.

Bratsb. Non pronunciate il nome di Monsen qui. È lui che ha demoralizzato il paese; e che, disgraziatamente, ha fatto girar la testa al mio signor figlio.

Dora. Erik?