Sig.ª Alving. Di qualche altro?

Il Past. Non fu, da parte vostra, una gran leggerezza il venire a rifugiarvi in casa mia?

Sig.ª Alving. Dal nostro Pastore? Dal nostro buon amico di casa?

Il Past. Appunto per questo. Sì, potete ringraziare Iddio che mi conferì la necessaria energia, che mi aiutò a distogliervi dai vostri progetti esaltati, e mi diede la forza di ricondurvi sulla via del dovere e nella casa del vostro legittimo sposo.

Sig.ª Alving. Sì, mio buon Pastore, questa fu tutta opera vostra.

Il Past. Io non fui che un umile strumento nelle mani dell’Altissimo. E dalla felicità che mi fu data piegandovi al dovere e all’obbedienza, quale benedizione non ne risultò mai per tutto il resto della vostra vita! Le cose non si riordinarono forse come ve l’avevo predetto? Alving non dette forse un addio a tutti i disordini della sua esistenza? E d’allora in poi non passò egli forse tutti i suoi giorni con voi, nell’amore e nella felicità? Non divenne egli il benefattore della contrada, e voi non diveniste un po’ alla volta la sua compagna indivisibile in ogni opera di beneficenza? Oh! So tutto, signora mia, e di tale elogio v’andavo debitore da un pezzo. Ma giungiamo all’altro errore più grande della vostra vita.

Sig.ª Alving. Che intendete dire?

Il Past. Come avete un giorno rinnegato i doveri di sposa, avete più tardi rinnegati quelli di madre.

Sig.ª Alving. Ah!...

Il Past. Foste dominata ognora da un’invincibile fiducia in voi stessa. Non avete mirato ognora che ad affrancarvi d’ogni legge e da ogni giogo. Mai avete saputo sopportare il peso d’una catena qualsiasi. Tutto ciò che vi disturbava, l’avete sempre gettato lungi da voi senza rimpianto, senz’esitazione, come un insopportabile fardello, non ascoltando che la voce del piacere. Non vi conveniva più oltre l’essere sposa, e vi siete liberata di vostro marito; v’appariva troppo incomodo l’essere madre, e avete mandato vostro figlio tra gente estranea.