— Ah! disse, è senza dubbio la signorina Leseigneur e sua madre! Sono qui da quattro anni e non sappiamo ancora che cosa facciano. La mattina, solo però fino a mezzodì, una vecchia servente, mezzo sorda, e che non parla più di un muro, viene a far loro i servizii. La sera, due o tre vecchi signori, decorati come voi, signore, di cui uno ha carrozza e servitori ed al quale si danno da cinquanta mila lire circa di rendita, vengono da lei e vi restano spesso molto tardi. Sono, del resto, inquilini molto tranquilli, come voi, signore. E poi, economi, vivono di nulla. Appena arriva una lettera, la pagano. È strano, signore, la madre ha un nome diverso della figlia. Ah! quando vanno alle Tuileries, la signorina è motto attraente, e non esce una volta senza essere inseguita da giovinotti ai quali chiude la porta in faccia, e fa bene. Il padrone di casa non permetterebbe.

La carrozza era arrivata. Ippolito non volle saperne di più e tornò a casa sua. Sua madre, cui raccontò la sua avventura, tornò a medicargli la ferita e non gli permise di tornare il dì dopo allo studio. Sentito un medico, vennero date diverse prescrizioni ed Ippolito restò in casa per tre giorni. Durante questa reclusione la sua imaginazione disoccupata gli ricordò con vivacità, e quasi a frammenti, i particolari della scena che aveva avuto sotto gli occhi dopo il suo svenimento. Il profilo della giovinetta si delineava nettamente sulle tenebre della sua visione interna: rivedeva il volto appassito della madre e sentiva ancora lo mani di Adelaide; ricordava un gesto, che a primo tratto l'aveva poco colpito, ma le cui grazie squisite erano messe in rilievo dal ricordo; poi venne un momento in cui i suoni d'una voce melodiosa abbellita a distanza dalla memoria, si ripresentarono d'un tratto, come oggetti che dal fondo dell'acqua emergono alla superficie. Così, il giorno in cui gli fu permesso di riprendere i suoi lavori, tornò per tempo al suo studio; ma la visita, che aveva incontestabilmente il diritto di fare alle sue vicine; era la vera causa della sua premura; dimenticava già i suoi quadri incominciati.

Nel momento in cui una passione rompe i suoi ritegni, si trovano del piaceri inesplicabili che comprendono quelli che hanno amato. Così alcuni comprenderanno perchè ii pittore salì lentamente gli scalini del quarto piano, ed avranno la chiave del segreto delle pulsazioni che si succedettero nel suo cuore al momento in cui vide la porta bruna del modesto appartamento abitato dalla signorina Leseigneur. Quella ragazza che non portava il nome di sua madre aveva destate mille simpatie nel giovine pittore; voleva vedere fra loro certe analogie di posizione e le regalava le sventure della sua origine. Lavorando, Ippolito si lasciò andare colla massima compiacenza a pensieri d'amore, e, per uno scopo che non sapeva bene spiegarsi, fece molto strepito per obbligare le due dame ad occuparsi di lui come egli si occupava di loro. Si trattenne fino tardi nello studio, vi pranzò; indi verso le sette discese dalle sue vicine.

Nessun pittore di costumi ha osato iniziarci, forse per pudore, ai secreti veramente curiosi di certe esistenze parigine, ai misteri di quelle abitazioni d'onde escono toelette così fresche e così eleganti, donne brillanti che, ricche in apparenza, lasciano in casa vedere dappertutto i segni di una fortuna equivoca. Se la pittura è qui disegnata con troppa franchezza, se vi trovate delle lungaggini, non ne accusate la descrizione che forma, per così dire, corpo colla storia; giacchè l'aspetto dell'appartamento abitato dalle due vicine ebbe una grande influenza sui sentimenti e sulle speranze di Ippolito Schinner.

La casa apparteneva ad uno di quei proprietarii in cui è insito un orrore profondo per le riparazioni e gli abbellimenti, uno di quegli uomini che considerano la loro posizione di proprietario parigino come uno stato. Nella gran catena delle specie morali questa gente tiene il mezzo fra l'avaro e l'usurajo. Ottimisti per calcolo, sono fedeli allo statu quo dell'Austria. Se parlate di smuovere un infisso od una porta, di praticare la più necessaria delle innovazioni, i loro occhi brillano, la loro bile si commuove, si impennano come cavalli spaventati.

Quando il vento ha rovesciato qualche comignolo dei loro camini, sono ammalati e si privano di una serata al Ginnasio od alla Porta San Martino, a motivo delle riparazioni. Ippolito, che a proposito di certi abbellimenti da praticare nel suo studio aveva avuto gratis la rappresentazione di una scena comica col signor Molineux, non si meravigliò delle intonazioni nere ed untuose, delle tinte oliacee, delle macchie ed altri accessorii abbastanza disgustosi che decoravano le stanze. Quelle stigmate di miseria non sono del resto senza poesia agli occhi di un artista.

La signorina Leseigneur venne ella stessa ad aprire la porta. Vedendo il giovine pittore, lo salutò; poi, nello stesso tempo, con quella destrezza parigina e con quella presenza di spirito che è un dono della fierezza, si rivolse per chiudere la porta di una tramezza a vetri attraverso la quale Ippolito avrebbe potuto vedere alcune biancherie stese sopra corde al di sopra di fornelli economici, un vecchio letto di cinghie, la bragia, il carbone, i ferri da stirare, la fontana filtrante, il vasellame e tutti gli utensili necessarii all'economia domestica di una casa ristretta. Alcune cortine di mussolina abbastanza pulite nascondevano questo cafarnao, parola d'uso per designare famigliarmente questa specie di laboratorio, del resto male illuminato dalla scarsa luce presa a prestito da una corte vicina. Col rapido colpo d'occhio degli artisti, Ippolito vide la destinazione, i mobili, l'assieme e lo stato di questa prima camera divisa in due. La parte rispettabile, che serviva contemporaneamente d'anticamera e di sala da pranzo, era coperta da una vecchia tappezzeria color aurora ad orli vellutati, senza dubbio fabbricata da Reveillon, i cui buchi e le macchie erano stati accuratamente dissimulati mediante ostie da suggellare. Delle incisioni che rappresentavano le battaglie d'Alessandro, lavoro di Lebrun, ma colle cornici dalle dorature scolorite, decoravano simmetricamente le pareti. Nel mezzo di questa camera vi era un tavolo d'acajù massiccio, di forma antica e dagli orli logori. Una piccola stufa, il cui tubo dritto o senza gomito era appena visibile, si trovava dinanzi al camino il cui focolare conteneva un armadio.

Per uno strano contrasto, le sedie presentavano qualche traccia di uno splendore passato: erano di acajù scolpito; ma il marocchino rosso del sedere, i chiodi dorati e la passamanteria mostravano cicatrici numerose come quelle dei vecchi sergenti della guardia imperiale. Questa stanza serviva da museo a certe cose che non si incontrano se non in tale specie di famiglie anfibie, oggetti senza nome che partecipano ad un tempo al lusso ed alla miseria. Fra le altre curiosità Ippolito vide un cannocchiale magnificamente ornato, sospeso al di sotto del piccolo specchio verdastro che decorava il camino. Per fare il pajo con questo strano mobile vi era tra il camino e la tramezza una misera credenza dipinta in acajù, quello fra tutti i legnami che meno si riesce a simulare. Ma il pavimento rosso e sdrucciolevole, ma i logori tappetini collocati davanti alle sedie, ma i mobili, tutto risplendeva per quella proprietà di manutenzione che da un falso bagliore alle cose vecchie, meglio rilevandone i difetti, l'età, i lunghi servizii. Regnava in quella stanza un sentore indefinibile risultante dalle esalazioni del cafarnao mescolate ai vapori della sala da pranzo ed a quelli della scala, benchè la finestra fosse semiaperta e l'aria della strada agitasse le tende di percallo, accuratamente distese, in modo da nascondere gli stipiti in cui gli inquilini precedenti avevano segnata la loro presenza con diverse incrostazioni, specie di affreschi domestici. Adelaide aprì prontamente l'uscio dell'altra camera in cui introdusse il pittore con certo piacere. Ippolito, che aveva già veduto presso sua madre gli stessi sintomi d'indigenza, li osservava colla singolare vivacità d'impressione che caratterizza i primi acquisti della nostra memoria, ed entrò meglio che altri non l'avrebbe fatto nei particolari di questa esistenza. Riconoscendo gli oggetti della sua età infantile, questo buon giovine non sentì di questa miseria occultata disprezzo, nè orgoglio del lusso che aveva conquistato per sua madre.

— Ebbene, signore! spero che non sentirete più gli effetti della vostra caduta? gli disse la vecchia, levandosi da una vecchia poltrona collocata all'angolo del camino, e presentandogli una sedia.

— No, signora. Vengo a ringraziarvi delle premure che mi avete usato, e sopratutto la signorina che m'ha udito cadere.