Un sentimento di pudore, rivelato dall'espressione della sua fisionomia e dall'accento della sua voce, era il vero motivo della sua dimanda, ed il giovine, così comprendendola, le gettò uno di quegli sguardi intelligenti che sono il linguaggio più dolce dell'amore. Adelaide vedendo che il pittore l'aveva indovinata, abbassò gli occhi per un movimento di fierezza il cui segreto appartiene alle vergini.

Non trovando una parola, e quasi intimidito, il pittore prese allora il quadro, l'esaminò con gravità e mettendolo in luce presso la finestra, se ne andò senza dir altro alla signorina Leseigneur che: — Ve lo restituirò presto. Tutti e due in quel rapido istante avevano provata una di quelle vive commozioni i cui effetti sull'animo possono paragonarsi a quelli che produce un sasso gettato nel fondo di un lago. Le riflessioni più dolci nascevano e si succedevano, indefinibili, moltiplicate, senza meta, agitando il cuore come le rughe circolari che piegano per lungo tempo l'onda diramandosi dal punto dove è caduto il sasso. Ippolito tornò al suo studio, armato di quel ritratto. Il suo cavalletto era già stato munito di una tela; una tavolozza era carica di colori; i pennelli erano puliti, il luogo e l'ora opportuni.

Quindi fino all'ora del pranzo lavorò al ritratto con quell'ardore che gli artisti mettono nei loro capricci. Ritornò la sera stessa dalla baronessa De Rouville, e vi rimase dalle nove alle undici. All'infuori dei differenti soggetti di conversazione, quella sera somigliò esattamente alla precedente.

I due vecchi arrivarono alla stessa ora, ebbe luogo la stessa partita a picchetto, dai giocatori furono dette le stesse frasi, la somma perduta dall'amico di Adelaide fu dello stesso importo di quella perduta il giorno prima; soltanto Ippolito, un po' più incoraggiato, osò discorrere colla giovinetta.

Passarono così otto giorni, durante i quali i sentimenti del pittore e quelli di Adelaide subirono quelle deliziose e lente trasformazioni che conducono le anime all'accordo perfetto. Di giorno in giorno lo sguardo con cui Adelaide accoglieva l'amico era divenuto più intimo, più confidente, più gajo, più franco; la sua voce, le sue maniere ebbero qualche cosa di più molle, di più famigliare. Tutti e due ridevano, discorrevano, si comunicavano i loro pensieri, parlando di sè stessi coll'ingenuità di due fanciulli che nello spazio di un giorno hanno stretta amicizia, come se si fossero veduti da tre anni. Schinner giocava al picchetto. Ignorante e novizio, faceva naturalmente l'alunnato e, come il vecchio, perdeva tutte le partite. Senza essersi ancora confidato il loro amore, i due amanti sapevano di appartenersi l'un l'altro. Ippolito aveva esercitato con fortuna il suo potere sulla timida amica. Molte concessioni gli erano state fatte da Adelaide la quale, timida e devota aveva di quei falsi malumori che l'amante meno abile e la giovinetta più primitiva inventano e di cui si servono di continuo, come i fanciulli viziati abusano del potere che loro dà l'amore della madre. Ogni famigliarità era cessata fra il vecchio ed Adelaide. La giovinetta aveva naturalmente compresa la tristezza del pittore ed i pensieri occulti nelle pieghe della sua fronte, nell'accento brusco delle poche parole che pronunciava allorchè il vecchio baciava senza riguardo alcuno le mani od il collo di Adelaide. Dal canto suo la signorina Leseigneur chiedeva al suo amante stretto conto delle menome sue azioni. Era così infelice, così inquieta quando Ippolito non veniva; sapeva così bene rimproverarlo per le sue assenze, che il pittore cessò di trovarsi coi suoi amici e di andare in società.

Adelaide lasciò trapelare la gelosia naturale alle donne udendo che talvolta, uscendo da madama De Rouville alle undici, il pittore faceva ancora delle visite e si recava nei saloni più brillanti di Parigi. Da principio pretendeva che questo genere di vita fosse pernicioso alla salute: poi trovò modo di dirgli, con quella profonda convinzione alla quale danno tanta forza l'accento, il gesto, e lo sguardo d'una persona amata: «Che un uomo obbligato a prodigare a più donne in una volta il suo tempo e le grazie del suo spirito, non poteva essere oggetto di una viva affezione.» Il pittore fu dunque condotto, tanto dal dispotismo della passione che dalle esigenze di una fanciulla innamorata, a non vivere che in quel piccolo appartamento in cui tutto gli piaceva. Mai vi fu amore più puro e più ardente. Da una parte e dall'altra la stessa fede, la stessa delicatezza, fecero crescere quella passione senza l'ajuto dei sagrifizi coi quali molti cercano di provarsi il loro amore. Fra essi esisteva uno scambio continuo di sensazioni dolci, e non sapevano chi più ne dava e più ne riceveva. Una involontaria tendenza rendeva sempre più stretta l'unione delle anime loro. Il progresso di questo sentimento vero fu così rapido, che due mesi dopo l'accidente cui il pittore doveva la felicità di avere conosciuta Adelaide, la loro vita era diventata una vita sola. Cominciando dal mattino la giovinetta udendo il passo del suo innamorato poteva dire a se stessa: è là! Quando Ippolito tornava da sua madre, all'ora del pranzo, non mancava mai di venire a salutare le sue vicine, e la sera, all'ora solita, accorreva colla puntualità d'innamorato. La donna più tirannica e più ambiziosa in amore non avrebbe quindi potuto fare il menomo rimprovero al giovine pittore. Anche Adelaide godeva una felicità, affatto pura ed illimitata vedendo realizzarsi in tutta la sua estensione l'ideale che alla sua età è tanto naturale sognare. Il vecchio gentiluomo veniva meno di frequente; il geloso Ippolito l'aveva la sera sostituito al tappeto verde, nella sua costante sfortuna al giuoco. Tuttavia, in mezzo alla sua felicità, pensando alla disastrosa situazione di madama De Rouville, giacchè aveva avuto più di una prova della sua miseria, non poteva spacciare un pensiero importuno. Già più volte ritornando a casa si era detto: — Come! Venti franchi tutte le sere! E non osava confessarsi i suoi sospetti odiosi. Impiegò due mesi a fare il ritratto, e quando fu finito, verniciato, messo in cornice, lo contemplò come una delle sue opere migliori. Madama la baronessa De Rouville non gliene aveva più parlato. Era noncuranza o fierezza? Il pittore non voleva spiegarsi questo silenzio.

Fece con Adelaide il lieto complotto di mettere il ritratto al suo posto durante la passeggiata che sua madre faceva ordinariamente alle Tuileries. Adelaide salì sola, per la prima volta, allo studio di Ippolito, col pretesto di vedere il ritratto nella luce favorevole sotto la quale era stato dipinto. Restò muta ed immobile, in preda ad una contemplazione deliziosa in cui fondevansi in un solo tutti i sentimenti della donna. Non si riassumono essi tutti in una giusta ammirazione dell'uomo amato? Allorchè il pittore, inquieto di quel silenzio, si chinò per vedere la giovinetta, essa gli stese la mano, senza poter dire una parola; ma due lagrime eranle cadute dagli occhi. Ippolito prese quella mano, la coperse di baci, e per un momento si guardarono in silenzio, essendo ambedue per confessarsi il loro amore e non osandolo. Il pittore teneva nelle sue la mano d'Adelaide ed uno stesso calore, uno stesso movimento loro appresero che i loro cuori battevano ambedue colla stessa forza. Troppo commossa, la giovinetta si allontanò dolcemente da Ippolito, e disse gettandogli un'occhiata piena d'ingenuità:

— Voi farete ben felice mia madre!

— Che? vostra madre soltanto? egli domandò.

— Oh, io lo sono anche troppo.