Il pittore abbassò la testa e rimase silenzioso, stordito dalla violenza dei sentimenti che l'accento di questa frase svegliò nel suo cuore. Comprendendo allora tutto il pericolo di quella situazione, essi discesero e misero il ritratto al suo posto. Ippolito pranzò per la prima volta colla baronessa e con sua figlia. Fu festeggiato, complimentato da madama De Rouville con una rara bonomia. Nella sua tenerezza, tutta in lagrime, la vecchia dama volle baciarlo. La sera, il vecchio emigrato, aulico camerata del barone De Rouville, col quale aveva vissuto fraternamente, fece alle sue due amiche una visita per annunziar loro che era stato nominato vice-ammiraglio. Le sue navigazioni terrestri attraverso la Germania e la Russia gli erano state contate come campagne navali. All'aspetto del ritratto strinse cordialmente la mano al pittore ed esclamò: — In fede mia! benchè la mia vecchia carcassa non valga la pena di essere conservata, darei ben volontieri cinquecento pistole per vedermi così somigliante come il mio vecchio Rouville.

A questa proposta la baronessa guardò il suo amico e sorrise lasciando scaturire dal suo volto i sintomi di una subita riconoscenza. Ippolito credette indovinare che il vecchio ammiraglio voleva offrirgli il prezzo dei due ritratti pagando il suo. La sua fierezza d'artista, forse tanto come la sua gelosia, si offese di quell'idea e rispose: — Signore, se fossi ritrattista non avrei fatto questo qui.

L'ammiraglio si morse le labbra e si mise a giocare. Il pittore restò presso Adelaide, che gli propose di fare una partita; accettò. Giocando, osservò in madama De Rouville un ardore pel giuoco che lo sorprese. Mai quella vecchia baronessa aveva dimostrato un desiderio così ardente di guadagno, nè un piacere così vivo palpando le monete d'oro del gentiluomo. Durante la serata, brutti sospetti vennero a turbare la felicitò di Ippolito e gli inspirarono la diffidenza. Madama De Rouville viveva dunque del giuoco? Non giocava essa in quel momento per soddisfare qualche debito, o spinta da qualche necessità? Forse non aveva pagato l'affitto. Quel vecchio pareva abbastanza fino per lasciarsi prendere impunemente il danaro. Quale poteva dunque essere l'interesse che lui, ricco, attirava in quella povera casa? Perchè una volta era così famigliare con Adelaide, e perchè ad un tratto aveva rinunziato ai privilegi acquistati, forse dovuti? Queste riflessioni gli vennero involontariamente, e l'eccitarono ad esaminare con nuova attenzione il vecchio e la baronessa. Fu malcontento delle loro arie d'intelligenza e degli sguardi obliqui che gettavano su Adelaide e su lui. «Mi ingannerebbero?» fu per Ippolito un'ultima idea, orribile, demoralizzante, ed alla quale credette quel tanto che bastava per esserne torturato. Volle restare dopo la partenza dei due vecchi per confermare i suoi sospetti o dissiparli. Aveva cavata la sua borsa per pagare Adelaide; ma, in preda ai suoi pensieri tumultuosi, mise la borsa sulla tavola e cadde in una fantasticheria che durò poco; indi, vergognandosi del suo silenzio, si alzò, rispose ad una interrogazione banale fattagli da madama De Rouville e si avvicinò a lei per potere, discorrendo, meglio esaminare quel vecchio volto. Uscì in preda a mille incertezze. Appena aveva fatti alcuni gradini, si ricordò di avere dimenticato il danaro sul tavolo e ritornò.

— Vi ho lasciato la mia borsa? disse alla giovinetta.

— No, rispose ella arrossendo.

— La credeva là, egli riprese, mostrando il tavolo da giuoco; ma, vergognoso per Adelaide e per la baronessa di non vedervela, le guardò con aria inebetita che le fece ridere, impallidì e continuò tastando il gilè: «Mi sono ingannato; l'ho senza dubbio.» Salutò ed uscì. In uno dei lati di quella borsa vi erano quindici luigi, nell'altro degli spiccioli. Il furto era così flagrante, così sfrontatamente negato, che Ippolito non poteva più conservare dubbio sulla moralità delle sue vicine. Si fermò sulla scala, la discese con pena: le gambe gli tremavano, aveva le vertigini, sudava, gelava, e si trovava impotente a lottare coll'atroce commozione cagionatagli dalla rovina di tutte le sue speranze. In quel momento raccapezzò nella memoria una quantità di osservazioni, futili in apparenza, ma che corroboravano i terribili sospetti ai quali era stato in preda, e che servivano a riprova della verità dell'ultimo fatto, aprendogli gli occhi sul carattere e sulla vita di quelle due donne. Avevano dunque aspettato che fosse consegnato il ritratto per rubare la borsa? Combinato, il furto era ancora più odioso. Il pittore si ricordò, per sua sventura, che da due o tre sere Adelaide, mentre sembrava esaminare con una curiosità di ragazza il lavoro speciale della rete di seta usata, probabilmente verificava il danaro contenuto nella borsa, con scherzi in apparenza innocenti, ma che senza dubbio avevano lo scopo di spiare il momento in cui la somma fosse abbastanza rilevante per essere sottratta. — Il vecchio ammiraglio ha forse delle eccellenti ragioni per non sposare Adelaide, ed allora la baronessa avrà cercato di... A quella supposizione si fermò non completando nemmeno il suo pensiero che fu distrutto da una riflessione assai giusta. — Se la baronessa, pensò, spera di farmi sposare sua figlia, esse non m'avrebbero derubato. Poi, per non rinunciare alle sue illusioni, al suo amore già così saldamente radicato, tentò di cercare qualche giustificazione nel caso. — La mia borsa sarà cascata per terra, diceva; sarà restata sulla mia poltrona. Forse l'ho; sono tanto distratto! Si frugò convulsivamente e non trovò la maledetta borsa. La sua memoria crudele gli raffigurava tratto tratto la fatale verità. Vedeva distintamente la sua borsa distesa sul tappeto; ma, non dubitando più del furto, scusava Adelaide, dicendo che non si dovevano giudicare così lestamente i disgraziati. Vi era senza dubbio un segreto in quell'azione così degradante. Non voleva che quella fiera e nobile figura fosse una maschera. Tuttavia queil'appartamento così miserabile gli parve spoglio della poesia dell'amore che tutto abbellisce; lo vide sporco e indecente, lo considerò come il simbolo di una vita intima senza nobiltà, disoccupata e viziosa. I nostri sentimenti non sono, per così dire, scritti sulle cose che ne circondano? Il mattino dopo si alzò senza aver dormito. Il dolore del cuore, questa grave malattia morale, aveva fatto in lui enormi progressi Perdere una felicità sognata, rinunziare a tutto un avvenire, è un tormento più acuto di quello cagionato dalla rovina di una felicità provata, per quanto sia stata completa: la speranza non è forse migliore del ricordo? Le meditazioni in cui cade tutto ad un tratto l'anima nostra sono allora come un mare senza sponde nel seno del quale noi possiamo nuotare per un momento, ma in cui è necessario che il nostro amore si anneghi e muoja.

È una morte orribile. Non sono i sentimenti la parte più brillante della nostra vita? Da questa morte parziale derivano in certe organizzazioni delicate o forti le grandi rovine prodotte dalla disillusione, dalle speranze e dalle passioni tradite. Così fu del giovine pittore. Uscì per tempissimo, assorto nelle sue idee, dimenticando tutto il mondo. Per un caso che non aveva nulla di straordinario, incontrò uno dei suoi amici più intimi, camerata di collegio e di studio, col quale aveva vissuto meglio che con un fratello.

— Ebbene, Ippolito, cos'hai? gli disse Francesco Souchet, giovine scultore che aveva allora ottenuto il gran premio e doveva partire per l'Italia.

— Sono sfortunatissimo, rispose gravemente Ippolito.

— Non è che un affare di cuore che ti possa dare affanno. Danaro, gloria, considerazione, nulla ti manca.