Un Baratto.
(Dal quaderno d'una fanciulla).
Quand'ero bambina, i miei genitori solevano passare qualche mese in certa loro villetta del Casentino, dov'era un gran bello stare, tanto per l'aria pura e balsamica, quanto per la vita semplice e alla buona che menavamo.
Là, affinchè le vacanze non mi facessero dimenticare del tutto quelle po' di cosuccie imparate a Firenze, mi mettevano a scuola da una povera vecchia, secca allampanata, che ai suoi tempi, dicevano, aveva avuto del ben d'Iddio, ma che poi, per detto e fatto di un figliuolaccio discolo, s'era ridotta al verde.
La prima mattina che andai a scuola da lei, la mamma mi aveva messo nel panierino una bella fetta di pan bianco con un grosso grappolo d'uva salamanna. Quando furono le undici, la signora Maddalena ci dette il permesso di merendare.
Lei, poverina, aprì la cassetta del vecchio tavolino intarlato e tirò fuori un gran cantuccio di pane nero, tanto duro e risecchito che pareva di legno. Io mi sentii turbata, e siccome mi trovavo proprio accanto a lei, non sapevo risolvermi a levar dal paniere il mio pane bianco, con quell'uva fresca. Mi pareva che la vista di quelle buone cose dovesse affliggerla o ricordarle i suoi bei tempi.
A un tratto mi venne un'idea, un'idea da bambine. Richiusi il paniere e ripresi il mio ago torto.
—Perchè non mangia? mi chiese la signora Maddalena.—La poverina ci dava del lei.
—Sono stizzita con la zia, risposi senza alzare il capo.
—Perchè? Si è scordata di darle la merenda?