«Ti do con questa lettera il mio ultimo addio. Mi sono rovinato al giuoco, e non mi resterebbe che uccidermi, se l'art. 54 del Regolamento sulla Assicurazione della vita non m'imponesse di morire di morte naturale. Io parto stassera per l'Italia. Ti raccomando mia moglie, la buona Emilia Strafford, di cui ho consumata la dote, e alla quale sto per assicurare col sacrificio della mia esistenza una rendita vitalizia di trenta mila sterline. Il regolamento che ti acchiudo ti spiegherà tutto; io vado a farmi uccidere, non so ancora da chi, nè in che modo; ma immagino che non mi riuscirà difficile poter morire in guisa da eludere le importune disposizioni di quell'articolo.
Credo che mia moglie abbia qualche simpatia per te; quando io sarò morto obbligherai la mia anima sposandola, e facendole conoscere come io mi sono ucciso per rimediare allo stato in cui l'avevano posta le mie dissipazioni, e disobbligarmi della perdita della sua proprietà di Littleford che ho giocato stanotte alle mosche.
Il tuo amico.
«Alfredo di Rosen.»
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In quella sera medesima Rosen prese un biglietto di prima classe per Dover, e rannicchiatosi nell'angolo della vettura, si tirò il bavero del soprabito fin sulle guance, si calò il cappello sugli occhi, rintascò ben bene le mani, si lasciò cadere il capo sul petto come una testa di fantoccio snodata, e incominciò a pensare in che modo gli sarebbe riuscito di morire, e se gli convenisse più l'indugiare fino al suo arrivo in Italia, o approfittare subito delle prime occasioni che gli si sarebbero offerte nel suo viaggio. Dopo molte esitazioni pensò di attenersi a quest'ultimo partito.
Ma era presto detto—approfittare delle prime occasioni.—Queste occasioni non sarebbero venute da sè, bisognava cercarle, prevederle, procurarsele; e, ciò che era più, fare tutte queste cose in modo che non vi apparisse ombra di premeditazione e di colpa. Rosen conobbe che non era tanto facile. Bisognava tentare di essere provocati, e in ciò le vie erano molte; bastava assumere un contegno aspro e insultante, e si sarebbero trovati di quelli cui sale presto la senapa al naso; ma egli non avrebbe voluto uccidere un uomo innocente, nè compromettere la sua fama di schermitore; e oltre ciò l'art. 54 sembrava non giudicar validi quei duelli che non fossero stati provocati da una questione di onore. Rimaneva l'implicarsi in qualche pericolo, dare in un'imboscata di ladri, trovarsi trascinato in una rivolta, gettarsi in un incendio o in fiume con pretesto di volervi salvare una persona pericolante, l'essere travolto nella rovina di qualche edificio, procurarsi un'affezione contagiosa, una caduta, una ferita mortale... ma tutto ciò dipendeva in gran parte della fortuna, e, diciamolo pure, Rosen non temeva per fermo la morte—gran chè se ci aveva pensato due volte in quel giorno!—ma egli abborriva il dolore, avrebbe voluto morire, sì, lo voleva fermamente, ma avrebbe voluto morire ad un tratto e senza soffrire.
La morte non è cosa sì arrendevole come la si crede, e la vita è più tenace e più salda di quanto non sia universalmente giudicata.
Mostratemi una cosa che sembri avvicinarsi alla morte più del dolore, e tuttavia mostratemi un dolore del quale si possa morire. Si dice spesso: «io morrò di questo affetto, io morrò di questa sventura, io morrò di questa o di quell'altra cosa», e non si muore mai di quelle cause che credevamo doverci condurre alla morte. Sembra che tutta la natura sia animata da una forza di contrasti, da una legge, da uno spirito di contraddizione immutabile. Gettate gli sguardi sul vostro passato, e vedrete che la vostra vita, le vostre opere, i vostri affetti non sono stati che una serie di contraddizioni continue. Volete vivere? morrete. Desiderate la morte? avrete una vita lunga e affannosa. Che cosa è questa infelicità di cui gli uomini si lamentano? A che allude questa eterna elegia di dolore che l'umanità innalza da secoli al cielo, se non a questa formidabile potenza di contraddizioni che ci governa? La contraddizione è l'urto, è il moto, è la lotta, è il risultato di due forze misteriose nella cui azione è forse riposto il segreto della vita universale. Certo se dalla conoscenza dei nostri destini noi possiamo attingere alcune idee di quelli che governano gli altri mondi e le altre creature, e avventarci con esse nell'ignoto, possiamo asserire che l'universo non è che un'enorme contraddizione.
Mentre Rosen volgeva nell'animo questi pensieri, allungò macchinalmente una gamba, e pose il piede, senza volerlo, su quello d'un viaggiatore che gli sedeva di fronte. Egli se ne avvide, ma, pensando che ciò avrebbe potuto dar luogo a qualche diverbio favorevole a' suoi progetti, non lo ritrasse, e volse al suo vicino uno sguardo pieno di rancore che voleva dire: E osereste lamentarvi?
Il vicino tirò indietro il suo piede, e guardando il barone di Rosen con espressione di dolcezza e di deferenza: