—Di che cosa?

—Del mio duello di ieri.

—Male, male; se avete intenzione di farvi uccidere, non dovete però uccidere gli altri; vi sono mille maniere di morire; vi confesso che fui dolorosamente impressionato da questo fatto.

—Avete ragione, soggiunse Rosen con aspetto mortificato, non mi cimenterò più in duello, vi è qualche cosa d'istintivo che ci spinge nostro malgrado a difenderci; ma, giacchè la natura ci ha dato una sola via al nascere—come a cosa triste—e ce ne ha aperte mille al morire—come a cosa molto più dolce—io approfitterò in altro modo di questa prodigalità della natura. Dite. Credete voi che non mi sarà difficile il morire? Lo sperate?

—Speriamolo, sì, disse Lamperth; se il voto di una persona che vi ama può avere qualche influenza sul vostro destino, vi giuro che io faccio voti al cielo perchè il vostro desiderio venga esaudito.

—Vi ringrazio, rispose Rosen scuotendo la mano che il suo amico gli aveva sporto senza voltarsi, come a meglio rassicurarlo della sincerità del suo voto, vi ringrazio dal più profondo dell'anima: e pronunciò queste parole quasi commosso, e colla più schietta effusione di cuore.

In quella sera stessa Rosen e Lamperth giunsero ad Amiens. Alla porta del paese Rosen, essendosi arrestato per contemplare lo spettacolo della città, come è costume d'ogni buon inglese, vide affisso alla parete un ampio cartellone decorato da alcune figure d'animali in inchiostro rosso, e vi lesse queste parole:

«Grande serraglio di belve viventi del signor Gustavo Lachard. Due tigri, quattro pantere, una grande varietà di scimmie, un elefante, e due leoni africani. Alle ore otto vi sarà il pasto delle fiere. Mezz'ora prima il rinomato domatore Gustavo Lachard entrerà nella gabbia dei leoni.»

Rosen guardò l'orologio, erano le sette ore passate; mancavano pochi minuti alla rappresentazione. Egli si rivolse a Lamperth, e gli disse, indicandogli quel manifesto:

—Volete che andiamo a visitare questo serraglio? può essere che vi abbia a trovare qualche avventura favorevole a' miei disegni.