Il banchiere ne diede tre a lui, e tre a sè stesso.
Rosen le esaminò spiegandole con una sola mano, che l'altra teneva costantemente nella saccoccia, e poichè l'avversario ebbe rovesciate le sue, disse:—perduto; e collocando nuovi biglietti sul vassoio, aggiunse:—raddoppio.
Gli furono date nuove carte, ma la fortuna tornò ad essergli sfavorevole. Il barone vuotò le sue saccoccie sul tavolo, e ripetè collo stesso suono di voce:—raddoppio.
Gli spettatori si radunarono in circolo; il giuoco incominciava ad assumere qualche interesse, e a scuotere in qualche modo quella loro natura impassibile. La fisionomia del banchiere appariva, benchè s'adoprasse a nasconderlo, visibilmente alterata: il barone di Rosen aveva rimessa una mano nella saccoccia, e coll'altra spremeva la punta del suo sigaro, cui non era ancora riuscito a dar aria.
Talora l'impassibilità nel giuoco può condurre a grandi risultati, ma talora anche non giova—la fortuna ha le sue predilezioni, e non le smentisce sì spesso,—in quella sera Rosen era predestinato—perdette ancora.
Successe un momento d'indugio; fu verificata la somma, erano trecento mila franchi. Il vincitore guardò il barone con uno sguardo che voleva dire: si continua? Questi accennando col dito al portafogli che vedevasi vuoto sul tappeto, guardò dal canto suo il banchiere, in atto di chiedere: si fa credito?
Allora quegli avendo accennato del capo in segno di acconsentimento, il barone di Rosen levò la mano dalla saccoccia, sfogliò il sigaro colle dita, e gettandolo a terra, e appressando la propria sedia al tavolo, disse: vada tutta la posta.
Furono gettate ancora le carte: erano pari, nulla di fatto. Rosen si drizzò di tutta la persona, e come animato da una inspirazione infallibile, disse: vada due volte la posta.
Furono ridate le tre carte; il banchiere aveva un sette e due fanti, l'altro una dama e due assi—Rosen aveva perduto.
Egli ricadde sulla sedia, stette un istante pensieroso, poi riaccendendo un sigaro, disse: vediamo se la fortuna avrà migliore costanza di me; giuoco la mia proprietà di Littleford contro la somma che è depositata sul banco.