Rosen gli passò nuovamente sei marche.
Decisamente egli era destinato a non vincere. Giuocò quanto era lunga la notte, ma sempre colla stessa fortuna. Verso il mattino tutte le tavolette erano passate al suo avversario; egli aveva perduto la sua bella proprietà di Littleford, e due milioni e mezzo di lire...
La sua fortuna era rovinata.
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Partito da Game of chance house per avviarsi a casa, Rosen passò sul ponte del Tamigi, e si fermò e si appoggiò un istante al parapetto. Egli guardò il sole che sorgeva circonfuso di nebbia, le barche che scivolavano lungo le rive, i tetti delle case coperte di schiste color di piombo, la natura che pareva mesta e malata; e pensò che la vita era triste, e che le onde del fiume erano profonde.
Una voce segreta gli diceva all'orecchio: «Rosen, tu sei perduto; esamina bene la tua posizione; aggiungi le gravi perdite d'oggi a quelle dei giorni antecedenti, e vedrai che non ti rimane più un quinto della tua fortuna; quelle mosche ti hanno rovinato: che farai tu qui, in un paese dove la povertà è disprezzata? tu, inabile ad ogni lavoro di braccio o di mente; tu barone, onorato, invidiato finora, guardato con invidia da tutte le belle fanciulle di Redstreet? Vedi, il mondo è così fatto; viene una cattiva ora per tutti, e anche la tua è venuta. Bisogna rimediarvi alla meglio: un giovine che non appartenesse alla illustre famiglia dei Rosen, si darebbe alla mercatura e al lavoro, ma tu non lo puoi fare, tu: non vi ha rimedio per te... Guarda come scorre bene il Tamigi, che profondità hanno queste onde, che silenzio vi è lì sotto, che pace! E che credi? Da questo parapetto all'acqua non corrono più di trenta piedi inglesi... è una cosa da nulla, tanto come vuotare un bicchiere di grog: risolviti, Rosen, coraggio, Rosen, buttati giù dal ponte.»
E Rosen stava per buttarsi, quando gli sovvenne che aveva una moglie, la quale non aveva che ventidue anni, e di cui aveva avvizzita la fede e la gioventù colla sua cattiva condotta, e dissipata in parte la grossa fortuna che gli aveva recato per dote.
Sua moglie apparteneva ad una famiglia patrizia di Dublino, e aveva sposato Rosen per amore. Si erano conosciuti tre anni prima in un viaggio che il barone aveva fatto in Irlanda; la mente immaginosa della fanciulla, esaltata dalla lettura dei romanzi di Scott, aveva creduto di realizzare in lui quell'ideale d'uomo che aveva portato fino allora nel cuore. Essa lo aveva creduto per quel solo motivo che fa credere alla donna tutto ciò che le piace credere dell'uomo che ama—perchè Rosen era bello. La bellezza a venti anni ha grandi attrattive.
Egli era infatti uno dei giovani più avvenenti di Londra. Aveva statura alta e spigliata, lineamenti esatti, capelli lunghi e biondissimi, occhi grandi ed azzurri, e vestiva colla negligenza ricercata dai fashionables inglesi—i soli che per coltura d'ingegno e per robustezza di mente, emergano in qualche modo su quella classe corrotta e viziosa della società che chiamasi il mondo elegante. Oltre a ciò Rosen cavalcava come un paladino provetto; tirava di spada e di sciabola, e non aveva chi gli togliesse l'onore di un assalto; colpiva le rondini al volo, traversava a nuoto il Tamigi; e possedeva per giunta una virtù che non è comune agli inglesi—cantava con dolcezza e toccava l'arpa con gusto e con sentimento di artista.
Tutte queste doti avevano fatto credere a Emilia Strafford che suo marito avrebbe avuto anche un cuore; nè ella si era ingannata, che Rosen ne aveva uno, e non lo aveva cattivo; ma quelle tristi abitudini della sua vita, quello spensierirsi continuo, quel disgusto di tutto, quel bisogno che egli sentiva di emozioni sempre rinnovate, lo avevano reso se non ignorante, almeno trascurante de' suoi doveri più sacri, lo avevano fatto estraneo alle gioie caste e tranquille della famiglia.