CAPITOLO DECIMO. UNA CORSA NELLA VALLASSINA.

Crevenna. — Lezza. — Ponte. — Caslino. — Castelmarte. — Proserpio. — Mariaga. — Brùgora. — Arcellasco. — Carpèsino. — Longone. — Galliano. — Lago del Segrino. — Canzo. — Corni di Canzo. — Scarenna. — Asso. — Pagnano. — Vicino. — Valbrona. — Rezzago. — Caglio. — Sormano. — Pian del Tivano. — La Buca Nicolina. — Lasnigo. — Barni. — Magreglio. — La sorgente Minaresta. — Civenna.

È la Vallassina una valle molto aperta al lato meridionale e che va ristringendosi più più che procede; quasi in forma di triangolo, fiancheggiata da due altissime catene di monti, che la dividono dai due rami del lago di Como. Questa estensione di terra è faticosa, ma d'una singolare purità di cielo e dolcezza d'atmosfera.

Varie sono le strade che dal Piano d'Erba introducono nella valle, una delle quali passa per Crevenna, per Lezza, indi per Ponte, ove sono ragguardevolissimi una vasta chiesa architettata dal Cantoni, molto operoso filatojo, ed alcuni pregevoli freschi in un monastero distrutto, raffiguranti caccie e ritratti. Di qui si viene a Caslino, celebre pei caccini, d'onde si prosegue nell'interno della vallata. In questa gita potresti salire da Ponte all'alpestre Castelmarte, dove, appena giunto, dimenticherai la stanchezza della fatta via, diportandoti nella galleria dell'illustre dottor Giulio Ferrario vice-bibliotecario dell'Imp. R. Biblioteca di Brera. È ricchissima d'incisioni nostre e peregrine, e di qualche oggetto d'antichità, e di là per un buonissimo telescopio si può vagheggiare l'ampio orizzonte, che si stende a mezzogiorno, e distinguere come da vicino le ville che fregiano i nostri colli, e le maestose guglie della basilica milanese. In un gabinetto separato stanno raccolte le edizioni della grandiosa opera dei Costumi di tutte le nazioni, I Romanzi di Cavalleria ec. ec. I più distinti pennelli moderni concorsero ad abbellire l'attigua delizia Bertolio, e questa del pari che la Ferrario otterrai facilmente di vedere dalla cortesia de' loro proprietarj. Nelle mura della parrocchiale stanno incastrati gli avanzi d'un sepolcro antico; sopra la porta interna del campanile un leone in bassorilievo e due tirsi per istipite della porta medesima; nell'alto del campanile verso ponente un ipogeo contenente un busto di donna frammezzo a due di uomini con sotto le parole MA..... CONISIMAXIMUS. L'iscrizione che doveva essere applicata a questo monumento sepolcrale fu probabilmente cancellata per sostituirvene un'altra stranissima in ricordanza di Ugone Francesco ed Ubaldo Prina. Ivi entrano in iscena Goffredo da Buglione, Boemondo, Tancredi, Baldovino, tutti personaggi reali confusi con Rinaldo estense, personaggio uscito di getto dalla fantasia del Tasso. L'Ubaldo Prina si dice appunto nella lapide capitano fedele e compagno d'esso Rinaldo, onde ne viene di conseguenza che deve essere un personaggio ideale non meno del suo compagno[25].

I nomi di Castelmarte e di Proserpio, terra vicina ed egualmente montuosa, dove sono d'antico i ruderi d'un castello, di moderno la villa Staurenghi, ricordano il culto di Marte e di Proserpina.

Un'altra via si stacca al ponte della Malpensata sul Lambro, rade questo torrente per qualche tratto, indi si suddivide in varie stradicciuole che si diramano nei villaggi di Mariaga, Brùgora, Arcellasco, ed alcuni altri compresi anticamente sotto il nome colletivo di Corte di Casale; indi procede a Carpèsino, poi a Longone da cui è pochissimo discosto Galliano di recente adornato dal palazzo Carpani. Ed ecco aprirsi dinanzi il melanconico laghetto del Segrino, giacente fra i due monti di Canzo, coperti di foreste la cui ombra gettandosi sulle onde del lago le rende costantemente nericcie. Intorno al lago corrono due strade bastevolmente agiate, che si riuniscono ancora alla Cassina Meda.

La strada procede serrata fra due linee di monti che si vanno allargando e formano un'amena valletta intorno a Canzo capo del distretto e sede del commissario. Bisognerebbe trovarsi in questa terra in un bell'autunno per godere l'amenità della sua posizione e delle sue feste campestri; un vago teatro, allegre danze, vivaci merende, e tutte quelle altre festività che piacciono tanto più, quanto più siamo disgiunti dalle città. Giace questo paesello alle falde dell'erta e brulla montagna a cui la somiglianza della configurazione diede il nome di Corni di Canzo, lunati cocuzzoli, il più alto de' quali sorge piedi parigini 1076 al di sopra del livello del mare. La materia ond'è composto il nocciolo del monte è il sasso calcare, e in alto il marmo rosso. Un tempo produsse molto ferro e se ne scorgono ancora le miniere.

La pittoresca cascata della Vallategna è formata dallo scolo delle acque di Valbrona e della Valle di Vicino, che dopo aver dato anima lassù in alto a varj edificj di seta, discende per quattro canali, scavati dall'impeto dell'acqua, finchè si confonde ancora in un solo sul ciglio d'un precipizio, d'onde con fragoroso slancio si trabalza al basso, candidamente spumeggiante. Dal bacino, in cui raccogliesi caduta si sparpaglia in rigagnoli, che vanno placidamente a riposare nel vicino Lambro. Ben pochi pittori di vedute hanno omesso di tradurre sulle carte e sulle tele i candidi fiocchi di questa cascata che piomba a settentrione di Canzo.

Una strada pochissimo frequentata corre nella gola fra il Monte di San Miro e i già nominati Corni di Canzo. La strada o meglio viottolo ascende sulla costa del primo di questi monti, e fa di leggieri scordare la fatica della sua ascesa mediante i variati e pittorici prospetti che di tratto in tratto presenta; dei quali, uno, e forse il migliore, è la fontana di Gajumo, in un bacino quasi circolare posto ai piedi del romitaggio di San Miro.

San Miro è luogo di devoto pellegrinaggio, visitato da' terrieri vicini, e dove ai dì festivi si celebra il sagrificio, quando appena la stagione non corra rigidissima o nevosa. Il povero convento e l'umile chiesetta, innalzata in onoranza del santo, giacciono in un luogo eminentemente pittoresco; poco orizzonte, chiuso da nudi scogli, variato dal rapido torrente della Ravella e da alcune macchie d'alberi antichi. La prima domenica d'agosto al profondo silenzio di quel ritiro succedono i canti di festa, i suoni monotoni, ma sempre cari, delle fistule, delle zampogne; tutta l'altura è gremita di terrazzani festosi, che, finiti gli uffici divini, calano dall'altura e si fermano a merendare lietamente in un ameno valloncello, intorno alle labbra della già nominata fontana di Gajumo.