La torre alta centotrentacinque braccia, detta volgarmente il Grandone di Monza, bellissimo lavoro di Pellegrino Pellegrini (cominciato nel 1592 terminato nel 1606), è una delle vedette più propizie per contemplare ad un volgere d'occhio le amenità della Brianza.

Nel secolo XIV. in cui il fervore religioso toccava l'auge della sua potenza, i Monzesi, bramosi di allongare la loro cattedrale, vi aggiunsero due archi, riducendola così alla lunghezza di braccia 122, ed alla larghezza di 48, commettendone la facciata, il pulpito, il battistero allo svizzero Matteo Campioni, forse il migliore architetto italiano de' suoi tempi, di cui leggi l'epitafio nell'esterno della cappella del Santo Chiodo in questa medesima basilica, che dice:

HIC JACET ILLE MAGNUS EDIFICATOR DEVOTUS MAGISTER MATHEUS DE CAMPILIONO QUI NUNC HUJUS SACROSANTE ECCLESIE FATIEM EDIFICAVIT EVANGELICARIUM AC BAPTISTERIUM QUI OBIIT ANNO DOMINI MCCCLXXXXVI DIE XXIIII MENSIS MAII[6].

Fra le molte pitture, ond'è questa chiesa decorata nell'interno, sono d'Isidoro Bianchi i freschi sulla volta, del Montalto e di Giulio Cesare Procaccino i laterali all'altare maggiore, del Guercino da Cento il quadro della Visitazione, di Bernardino Luini quello di San Gerardo.

In un altare a sinistra del maggiore, è custodita la rinomata Corona ferrea, tutta d'oro puro, brillantata di ventidue pietre preziose, fatta a guisa di cerchio senza raggio, e divisa in sei pezzi, legati fra loro con versatili cerniere. È resa sacra da una lamina di ferro che la circonda nell'interno, e che, secondo un'antica credenza, è uno de' chiodi della Passione. Solevano di essa coronarsi gli antichi re Longobardi e Italiani; se ne fregiò pure in Bologna Carlo V., ma dopo lui rimase inoperosa fino al 1805 in cui l'eroe del nostro secolo volle richiamarla all'antica destinazione ricevendola dalle mani dell'arcivescovo Caprara nel duomo di Milano, e ponendola da sè medesimo sul proprio capo.

Nella sagrestia è a vedersi il ricco tesoro, preziosi oggetti in argento ed oro, fra cui la rinomata chioccia coi pulcini, ed altre ricchezze largite a questa chiesa da magnifici sovrani. Tanto valore non potè sfuggire all'avidità dei repubblicani, quando nel 1796 rapirono le ricche suppellettili delle chiese, per trasportarle sulle rive della Senna, ma fortunatamente nel 1816 con solenne cerimonia fu dai Monzesi ricuperato.

Di moderno non ha la cattedrale che il pulpito disegnato dal profess. architetto Amati, uno degli illustri viventi che onorano questa loro patria, e l'altare disegnato dall'Appiani. Sotto l'atrio attiguo alla chiesa, entro una nicchia perpendicolare e difesa da un usciolo di legno è lo scheletro disseccato di quell'Estore Visconti, figliuolo naturale di Bernabò e Beltramola Grassi di Cantù, che avendo usurpato il dominio di Monza, valorosamente si sostenne contro Facino Cane, finchè un colpo di spingarda fiaccatogli lo stinco sinistro, il tolse di vita nel 1413. Quali sensi ti corrono al cuore ricordando le gesta gloriose d'un eroe in faccia al suo cadavere indolente!

Una storia di Monza, anche dopo quella del Frisi, sarebbe un campo quasi vergine ancora, quando uno volesse assumere la lunga fatica di minutamente esaminare le molte carte e pergamene deposte nell'archivio dove troverebbe larga messe da raccogliere, giovevole anche alla storia generale del Milanese e dell'Italia. Colla cattedrale si raffronta assai bene per antichità il Palazzo del Comune sotto le cui due aguzze navate oggi l'erbajuolo, il pollajuolo ed il merciajo tengono i loro mercati. Pare che il tempo dell'erezione di questo antico edifizio paralellogrammo, che da Sire Raul e Morena, apologisti del Barbarossa, viene a questo imperatore attribuita, debbasi dedurre dall'iscrizione sovra la porta del Pretorio contiguo ad esso ove è detto:

✠ MCCLXXXXIII DE MENSE JUNII..... IN REGIMINE NOBILIS ET POTENTIS MILITIS DNI PETRI VICECOMITIS POTESTATIS BURGI DE MODOETIA FACTUM FUIT HOC OPUS[7].

Al di sopra di quelle due vôlte, nella loro lunghezza aperta da cinque archi, stendesi l'ampia sala ove si raccoglieva il consiglio comunale. La ringhiera, parte integrale di questi pubblici convegni, la quale appare più recente dell'edificio, mostra sulla sua spalletta due vipere, insegna della potenza viscontea, un cimiero, una luna crescente, ed in mezzo un'aquila che stringe fra gli artigli un cervo, simbolo delle miserabili contese guelfe e ghibelline.