Quand'ella gli ebe ben tutto insegnato ciò ch'egli avesse a far nel suo venire, la donna del baron prese comiato dicendo:—Addio, addio!—nel suo partire. Quando fue tempo, il cavalier pregiato all'albergo tornò sanza fallire. L'albergator domandò onde venía. —Taci—diss'egli, e non gli rispondía.

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Po' cavalcò a piè d'una finestra, ch'ella avíe detto che dovesse andare, e la donzella, sí come maestra, tutte le guardie fe' adormentare. Com'ella il vide, disse ardita e presta: —O cavalier, come voglián portare certe mie gioie?—Ed e' parlò giocondo: —Vienne pur tu, ch'i' non curo altro al mondo.—

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Ed ella gli gittò di molte cose di gran valuta, e di piccol vilume, come fûr gemme e pietre preziose, che le teneva per cotal costume; ed una verga sotto si ripuose che faceva seccare ogni gran fiume: toccato da l'un lato, il fa seccare; po', ritoccando, lo fa ritornare.

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E po' s'armava a guisa d'un scudiere, e per le scale iscende nella stalla, e si montava sopra un buon destriere sí di legier, che pare una farfalla, e giunse fuor dov'era il cavaliere. Veggendola, egli d'allegrezza galla; pugnendo degli isproni il destrier forte, giunsono ad una delle mastre porte.

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Quando le guardie si fûr risentite, cominciaro a gridar con gran romore: —Che gente siete voi, ch'atorno gite la notte, prima che venga l'albore?— Rispose il cavalier:—Se non ci aprite, per Dio superno, fia il vostro pigiore: novelle noi abiam che i saracini hanno istanotte passato i confini.

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