23

E poi appresso vide sotto un pino un gran vaso d'argento pien di biada, ond'egli ismonta, di coraggio fino, perché per suo destrier molto gli agrada. Trassegli il freno e puosegli all'orino, perché rodesse, poi d'intorno vada. No' veggendo persona, fra sé pensa: —Sia ciò che puote!—e fussi posto a mensa.

24

Mangiando francamente, come quello ch'avea grande bisogno di mangiare, una porta s'aperse del castello, che facea sí grandissimo sonare, che maravigliar face quel donzello; sicché ristette e volsisi a guardare, ed e' vide venire un gra' giogante verso di sé con un baston pesante.

25

E da seder non si mosse costui, ma piú che mai mangiava alla sicura. Disse il giogante, quando giunse a lui: —Che ne fa' tu costá senza paura? Queste mense son messe per altrui, cioè per gente di miglior natura. E Bruto mangia prima quanto volle poi gli rispuose:—Deh, quanto se' folle!—

26

Se queste mense son per gentil gente, ed io mi tengo ben d'esser gentile, ché 'l padre mio fu molto soficiente, e suo paese molto signorile. A la corte del re, ch'è si possente, per ch'io vi mangi, no' manca' su' stile. E son venuto per portarne meco uno isparviere che 'l re Artú ha seco.—

27

Disse il giogante:—Oh! t'inganna il pensiero, ché gran semplicitá nel cor t'abonda; che sarebbe impossibile ad avere al piú prod'uom, che è 'n Tavola rotonda; ch'è per guardia del guanto piú vedere che quel palazzo intorno non cerconda, e, se compagni avessi un centinaio, ti veterebbe il passo il portinaio.