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E, quando Bruto vidde la colonna, cioè 'l baston che 'l giogante have 'n alto, ed e' si ricordò della sua donna, e' ferí lui sopra 'l lucente smalto, sicché, per che di ferro avesse gonna, poco gli valse allo secondo assalto: e' diedegli tal colpo in su la spalla che col bastone il braccio a terra 'valla.

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—Deh! no' mi uccider, per lo tuo migliore —disse il giogante, sentendo tal pena,— ch'io ti recherò il guanto del signore, e tu potrai intanto prender lena. —Tu mi vogli ingannare, o traditore!— rispose Bruto, e dèttegli una mena. Ed e' per téma della morte volse, e menol seco dov'il guanto tolse.

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E, come Bruto il guanto ell'ha spiccato, e grande istrida dentro si levâro, e non vi si vedeva in nessun lato chi si facesse il pianto cosí amaro. Ed egli vettorioso torna al prato, e montò al destriero allegro e gaio, e cosí cavalcò parecchi giorni pur per pratelli di bei fiori adorni.

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E, riguardando, vede dalla lunge il palazzo real dello re Artú, e forte degli sproni il destrier punge, tanto ch'a quella porta giunto fu; e, siccome alla porta mastra giunge, mostrò il guanto e fu lasciato ire su da dodici guardian, che disson:—Passa, ché la tua vita sará molto bassa!—

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Signor, sappiate che secento braccia aveva di lunghezza quel palazzo, e d'ariento avea 'l tetto e la faccia e dentro d'oro le mura e lo spazzo, iscala e panca v'ha, che ciascun saccia, ch'eran d'avorio, intagliate a sollazzo e sonvi d'oro altri sette iscaglioni. Sedevi re Artú con suo' baroni.