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E Bruto arditamente per la scala montò, pensando di tal novitade; e, quando giunse in su la mastra sala e vide il re con tanta nobiltade, con riverenza inginocchiando cala e salutollo con benignitade. E re Artú gli rendé suo saluto, benché ma' piú no' lo avesse veduto.
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—Perché venisti a meco, in questa corte?— disse un di que' baroni in corte. Piano rispuose Bruto con parole accorte: —Venuto son per lo sparvier sovrano.— Disse 'l baron:—Per cosí fatta sorte, credo che tu sara' venuto invano! Onde ti move ardir di cheder dono, che piú di mille giá morti ne sono?—
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Bruto, pensando di quella ch'egli ama, rispuose lietamente a quel barone, dicendo:—Lo sparvier di sí gran fama i' non dimando senza gran cagione, ch'i'ho l'amor della piú bella dama che niun altro di questa magione. E, se alcun ci è che voglia contastare, per forza d'arme gliel tolgo a provare!—
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Rispose quel baron:—Siene a la pruova! Però ch'io vo' difendere la mia 'manza, ch'a petto a lei la tua non val tre uova, però che di beltade ogn'altra avanza. E veramente, anzi che tu ti muova, confessar ti farò co' mia possanza.— E 'n un pratello si furono armati dentro al palazzo, e furonsi isfidati.
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E ferirse l'un l'altro co' la lancia sí forte, che le rupper negli scudi, e, poi che dato s'ebben cotal mancia, miser mano a le spade i baron drudi; e l'uno e l'altro non pareva ciancia, quando si riscontrâr co' ferri ignudi; e 'l baron per tal forza Bruto offese, che de l'elmo tagliò quanto ne prese.