73

Ed in un'isoletta, qual si chiama Ustica, che a Trapani è al dirimpetto, quivi fermossi con dolore e brama che morte venga per piú suo diletto: non vuole onor o gloria o pompa o fama, cerca sol noia, tristizia e difetto; e seppellir fe' il corpo a grande onore con lungo pianto e lagrime e dolore.

73

Dipoi, un dí, soletto, el bel Cerbino, per una valle con dolore andando, dolendosi del suo crudo destino e di fortuna, che 'l vien seguitando e sempre il fa piú dolente e meschino, e' con amor parlava lamentando: —Resister non può gnuno alle tue posse; ma fie pietosa in me, dolce Atroposse.—

74

Mentre che andava cosí lacrimando, arrivò per ventura ad una fonte; quivi a seder si pose, rinnovando d'amor le 'ngiurie e' lacci e 'nsidie ed onte; e con quell'acqua chiara rinfrescando, ch'era affannato, si lavò la fronte, po' 'l bel paese d'intorno guardava, di Fortuna e d'Amor si lamentava.

75

Prima guardava intorno la fontana, qual tutta di begli alberi è intorniata, dicendo:—O lassa vita mia villana, perché se' tu di tal caso occupata? Oh donna degna, oh alma umile umana, oh gente maladetta e disperata, che non guardasti a tanta gentilezza, né alla sola ed ultima bellezza!—

76

Poi riguardava intorno gli arbucegli e i lauri e le frondi, e 'l bel cantare che vi facevan sú diversi uccegli: questo il facea piú forte lacrimare; vedeva e' prati rilucenti e begli, e' fiori in qualche luogo rosseggiare: qual era azzurro o verde o giallo o bianco, onde e' sospira e per dolor vien manco,