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e dice:—Lasso! qual fia 'l mio ricovero e 'l bel palazzo? Fia l'ombra d'un acero o d'un albero, un faggio, un mirto o un rovero? Domo d'amore e stracco e vinto e macero, di ben privato, e d'ogni speme povero: e 'l corpo, stanco omai, fragile e lacero, el suo riposo nell'urna disidera, e vola, giace, triema, arde ed assidera.
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Per grotte, selve, boschi, monti e piani e fiumi ed acqua e terra e rena e sassi, poggi, piagge, padul, burron, pantani, balze, campi, caverne, scogli e massi, luoghi diserti, ombrosi, alpestri e strani, sugher, castagni, querce, aceri, e a passi strani e scuri, n'andrò pensoso e vinto, come in esilio cacciato e sospinto.
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Oh lasso! che farai? che pensi o guardi? Oh lasso! el tempo ove è tanto felice? Oh lasso piú ch'altrui, che triemi ed ardi! Oh lasso! oh infortunato! oh infelice! Oh lasso! ch'ogni ben verrebbe tardi. Oh lasso! presto andrò nell'ombre e 'n Stice. Oh lasso! ove vedrò la bella fronte? Oh lasso! forse al fiume d'Acheronte.
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Oh lasso, ch'io andrò sempre cercando ogni asprezza crudel, iniqua e acerba; e 'l miser corpo, affritto tapinando, tra pruni, scogli, schegge, bronchi ed erba; e la mia rotta voce, lamentando d'Amor le reti, a dolersi si serba: andrò, trafitto da piú d'uno stecco, chiamando Eléna; e risponderá Eco.
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Io credo ormai che infino all'ultim'ora, quando verrá a serrare i miei tristi occhi, gemerá l'alma come or geme e plora: ahi miser pensier vano degli sciocchi! O alma, perché se' del mondo fòra? Pártiti, corpo mio, prima che tocchi la morte di coltello e getti sangue: piacciati l'alma contentar, che langue.